Marco Fantesca II
Emigrazione
Sorriso a trenta denti del suo spacciatore di fiducia, eh caro Vittorio, ti conosco da quando eri piccolo e vendevi i tocchetti di fumo alle scuole medie. Domani mattina Marco Fantesca lascia la Sicilia e va ad Emigrare, dammi qua sti venti euro di fumo che stasera voglio fumare ed aprirmi un po’ il cervello. E vagare ancor di più per lo sconfinato. Venti euro di fumo dallo spacciatore di fiducia nel giorno del biglietto di sola andata per la Grande Città del Continente. Caro Vittorio, ce la facciamo insieme la prima canna? Dai, che tanto non c’hai un cazzo da fare oggi. Si vede da come ti soffermi a parlare e a dire la tua sulle mie cose, che non so nemmeno perchè ti ho raccontato tutto. Forse avevo solo bisogno di parlare, tu sei il mio spacciatore di fiducia e a modo tuo sei pure mio amico. Eh caro Vittorio, stasera non c’hai un cazzo da fare, lo intuisco e ti senti solo. Che è successo, caro Vittorio? Ora mi inviti nella tua stanzetta in campagna? Dai Marco, tu te ne parti e dobbiamo festeggiare. Lasci questa merda e te ne vai al Nord, bisogna festeggiare! Vieni da me in campagna e stasera ci spacchiamo di canne. C’ho pure un sacco di vino rosso, ed è vino buono, dai che passiamo insieme una bella serata. Non ci tornare a casa dai tuoi, è normale che tuo padre è incazzato, non può capire quanto stai facendo bene. È egoista e misero. È piccolo, chiuso in questo paese di merda. Lascialo perdere tuo padre, vieni con me stasera, dai che passiamo una bella serata. Continua a leggere…
Marco Fantesca I
Biglietto di sola andata
Sussultava Chiara, sussultava avvinghiandosi stretta al suo respiro che cresceva di tono piano piano piano, che si ingrossava lento come un mare smosso da una tempesta sott’acqua. Ribolliva, Chiara, da dentro, da sotto, e il suo respiro era il fischio della pentola a pressione, la pressione che saliva, il suo corpo che si ingrandiva, espandendosi all’infinito, diventando l’infinito, l’oceano nel quale Marco si avvinghiava, forzandosi ad imprimere al proprio corpo quella stessa febbrile lentezza paradisiaca della quale ancora non aveva le chiavi.
Le chiavi di Chiara, ancora lontane, ma così splendenti e suggestive che Marco tendeva la mano e prima o poi le avrebbe sfiorate, oh si, sicuro che le avrebbe un giorno almeno sfiorate, anche a costo di slogarsi il polso e tutte le giunture, anche a costo di dilaniarsi, sfaldarsi, morire di felicità.
Il loro amore era continuo e progressivo, non c’erano strappi, discrepanze, nessuna frattura. Il loro vortico cominciava sempre dalle impalpabili increspature sull’acqua che pian piano, piano piano, si muovevano in onde, ondate, robuste fluttuazione, maremoti. Ma sempre pian piano, sempre piano piano pianissimo. Marco sfiorava il collo di lei, e cercava la sua superficie con la propria superficie, con gli occhi sgranati e assorti, cercando il contatto minimo, il più minimo possibile, il tocco più sottile più aleatorio più eccitante possibile tra le loro epidermidi.
Chiara intesseva disinvolta la sua ragnatela di respiri e sospiri, sempre più vibranti, sempre più infuocati, finchè il suo fiato caldo e dolce diventava musica maestosa, un concerto di settantamila musicisti guidati da Dio in persona, che riempiva l’infinito della sua rovente, sudata, perfettissima, sinfonia.
“Così vorrei morire, così vorrei vivere, tesoro mio”. La voce era bassa e bagnata, si inoltrava nel cervello piano piano – come tutto, in quella notte – vi penetrava come una bolla di sapone dentro un’altra, liquida, soffice, niente strappi, discrepanze, nessuna frattura, e passarono pochi secondi appena che entrambi dimenticarono chi era stato a parlare. Chi era stato, si chiesero entrambi in silenzio, ridendo e guardandosi negli occhi e abbracciandosi con la mente, quasi immobili, in silenzio. L’ho detto io o invece è stata lei? L’ho detto io o invece è stato lui? Non importa, o mio splendente angelo caduto tra le mie braccia, che cerca elegantemente di affondare nel mio mare picchiando voluttuosamente su tutti i miei iceberg. Non importa, diamine. Così vorrei morire, così vorrei vivere, tesoro mio. E le mani presero a correre più forte per l’altrui dorso, e le epidermidi si incollarono più saldamente e la sinfonia assunse una forza ancora più salda e possente, un uragano infuocato e inarrestabile che mulina col suo personalissimo tempo.
Tempo che si allentò soltanto dopo i picchi e gli strapiombi e le accelerate rapide e i moti perpetui, e si allentò e tornò molle soffice sudato, un solo immenso odore palpitante che si riversava sull’esistenza, e abbracciati a mordicchiarsi ancora mollemente, e Marco, tesoro, dammi un pezzettino di te, uno qualunque. Qua, per esempio, un pezzettino di collo, me lo metto in borsa e me lo bacio quando ne ho voglia. Posso? Posso? Dio benedica quel biglietto di sola andata, Marco indugiò sulle sue braccia morbide, su un seno, su un fianco, poi sulla schiena e poi su, un bel morso in mezzo alle scapole grazie a cui potè godere del miracolo straordinario e inaspettato, che gli riempì gli occhi di un’allegria freschissima, che lo rinvigorì di un’energia frizzante, formicolante, creata sul momento, un bel morso in mezzo alle scapole grazie cui potè godere del miracolo straordinario di una gocciolina di sudore, trasparente e fresca come rugiada, una gocciolina di sudore, dio che meraviglia, una gocciolina di sudore sopravvissuta al ventre delle lenzuola. Continua a leggere…
Henry Miller!
Henry Miller! All’estremità più estremamente estrema del paradosso arte/vita ci sta lui, pazzo scatenato newyorkese, scrittore/nonscrittore, grafomane strabordante, letterato assolutamente illogico e Santone dell’Inaudito.
Animalesco, virile, di una vitalità parossistica, cocciuto fino ai limiti della maniacalità, Henry Miller può apparire assolutamente indigesto come uomo, assolutamente illeggibile come scrittore. La sua opera è un torrente di esperienze e riflessioni, le sue esperienze e riflessioni, col protagonista dei suoi libri che ha sempre lo stesso nome: Henry Miller.
Nel torrente, per chi ha il fegato di buttarsi a capofitto, non si trova Letteratura, non storie, trame, inizi, finali, svolgimenti, scioglimenti, trucchetti del mestiere. Per niente. Si trova invece Vita, vita che pulsa, carne e sangue. Senza soluzione di continuità, spesso senza neanche il lusso di una qualche forma. Nascisistico fino alla nausea, solipsistico in modo inquietante, esaltato e privo di inibizioni e vergogne, il suo è il modo più scandaloso di fare Arte. Un’Arte che – per chi ha il fegato, la pazienza e la sopportazione di buttarsi a capofitto nel torrente – a volte dona quelle illuminazioni grandiose che soltanto la Vera Vita può donare.
L’arte di Henry Miller è nuda – o almeno la sua idea di arte – come è nudo un pazzo che si straccia le vesti e declama al mondo tutti i suoi istinti, le sue ossessioni. Senza più nessun calcolo, reputazione, decoro. È nuda non nella semplicità – è mai esistita la semplicità? – ma nel tormentoso groviglio esistenziale di ogni essere umano. Senza maschere e difese e sofismi e alibi e giustificazioni e pose. Ogni convenzione strappata via a forza di morsi, la nuda pelle esposta al sole, con tutta la sua bellezza e tutta la sua bruttezza.
L’unione tra Henry Miller e l’Arte è un percorso di denudamento. Una vita assurda, la sua, che soltanto in virtù della sua assurdità è riuscita a partorire Arte. Tanti matrimoni, figli disseminati qua e là, tragicomiche difficoltà economiche, ambizioni immense, sesso e turpitudine, strazianti triangoli amorosi, passioni tremende per Bellezze Incarnate, poi ecco che l’Arte arriva, in una forma compiuta, proprio nel momento e nel luogo in cui Henry Miller è più che mai Carne Esposta Al Vento, totalmente Nudo e orgoglioso di esserlo. A Parigi, la Parigi degli anni ’30, dove si trasferisce senza soldi né niente, vivendo di stenti e rivorticando ancor di più la sua già vorticosissima vita. Qui partorisce Tropico del Cancro, il suo capolavoro scriteriato che – dopo un lunghissimo percorso – gli portò fama mondiale.
Tornato in America, la sua vita non finì di essere vorticosa, e la sua nudità, che solo raramente tornava ad essere celata, non gli provocò ferite mortali. I salti nel vuoto, in abissi disseminati di lame aguzze, non gli scheggiarono a morte la carne. Miller non morì in un manicomio. Non impazzì a Torino piangendo e abbracciando un cavallo, come il suo idolo Nietzsche. Tutt’altro. Miller visse a lungo, in buona salute, grande e robusto, capace fino alla fine di desideri intensi e passioni lancinanti. Morì a 89 anni, dopo che nella vecchiaia era riuscito a sposarsi altre due volte, a desiderare perdutamente, a innamorarsi – ancora una volta, fino all’ultima volta – follemente. Continua a leggere…
Inferni rosa
Johnny Depp in Edward Mani Di Forbice di Tim Burton vuole accarezzare ma ferisce, vuole abbracciare ma squarta. Perchè mai? Perchè mai un gesto che vuole dare calore e ricevere calore, un gesto tutto buono, tutto cuore, tutto positività, deve diventare qualcosa che tira fuori il sangue da sotto la pelle, che fa male, che ferisce? Edward ha delle lame affilate al posto delle unghia. Edward può uccidere, straziare, tormentare, soltanto con un movimento sbagliato. Ma è nato così, è stato costruito così. Non è colpa sua. Non ci può far niente.
Lennie di Uomini e Topi di John Steinbeck è un ritardato mentale calmo e placido. È un gigante buono, una montagna di muscoli dalla forza bruta. L’unica sua manìa è che vuole toccare, accarezzare, vuole lisciare con le sue mani dure e callose la morbidezza del mondo, la sua tenerezza, quelle valli di latte e di miele che scorge nelle pieghe dell’esistenza.
Lennie a volte riesce a catturare un topolino e se lo mette in tasca, per poterlo accarezzare quando vuole. Gli piace il pelo dei topolini, così morbido, così tenero, così valle di latte e miele. Ma i topi li accarezza troppo forte, tanto forte che gli spezza le ossa, e li ritrova morti, nelle sue tasche.
Ogni volta si dispera, piange. Perchè mai?
Lennie un giorno prova ad accarezzare i capelli della giovane moglie di Curley, il figlio del padrone della fattoria nella quale ha trovato lavoro. Lei urla, pensa che il ritardato mentale, quel mostro enorme, vuole violentarla. Il sesso! La penetrazione forzata! Che orrore!
Lui entra nel panico, ha paura, le sue carezze vanno avanti automaticamente, senza più nessun controllo. La accarezza così forte che le spezza l’osso del collo.
Si ritrova con la giovane donna tra le braccia, morta, pupazzo senza più vita.
Si dispera. Piange. Perchè mai?
Possibile che l’amare e l’uccidere, il volere bene e il far male, siano così legati? Il massimo del bene e il massimo del male, interconnessi, opposti che curvano ogni regola logica per venirsi a toccare, l’universo curvo, la curva dell’esistenza che dispiega tutta la sua Verità nelle faccende estreme e autentiche della vita. E forse l’amore, di tutte le faccende, è quella più estrema e autentica.
Possibile che in qualche modo siamo tutti Lennie? Tutti Edward Mani Di Forbice?
Abbiamo le mani insanguinate ogni volta che proviamo un buon sentimento, ogni volta che la vita ci ingrossa il petto, ogni volte che sventoliamo al vento dell’energia del mondo. Con l’amore ci riempiamo, e riempiamo, fino a scoppiare e far scoppiare. E spesso ci guardiamo le mani, ispezioniamo le nostre vesti, e sono insanguinate. L’odio, l’egoismo, la cattiveria, invece ci svuotano tanto che ne usciamo puliti, candidi, intonsi.
Meglio le vesti bianche o gli abiti insudiciati di sangue? Non c’è che da scegliere.
Tutti Nudi
Meno ce n’è e più diventa importante. In tempi in cui guardi i tg e i giornalisti sembrano quasi imbarazzati nel dover snocciolare tutte quelle cifre, quelle formule astruse, quei calcoli e ricalcoli, tutti a dire in soldoni che siamo nella merda, e che il futuro prossimo è buio, in tempi così risicati e austerizzati, in tempi di Crisi così evidente, pronunciata e rimbalzata dai mass media alle bocche dei vecchietti sul bus, in tempi così simpatici e caratteristici – sapori forti, gente, nessuna raffinatezza! – l’ossessione dei soldi e delle comodità e della vita materiale e del tenore di vita e della scala sociale diventa sempre più grande. Sempre più preoccupante.
Ossessione.
Soldi ce n’è sempre meno e quindi i soldi diventano sempre più importanti. Sempre meno mezzo e sempre più fine. Denaro e progetti di vita basati sul denaro, casa macchina farsi una famiglia, la sicurezza economica. Non dover pensare più ai soldi. Più certe cose diventano lontane e disperate più le si sogna e più diventano valori in sé, Valori e basta.
Fiati acidi e aliti cattivi, tutti a dire quanto è aumentato questo e quello, e questa manovra qui e questo Monti là, e arrivare a fine mese, e mio figlio è disoccupato, e maledetti porci ladri e assassini, e ci prendono i soldi dalle tasche, e governo ladro e vampiri. Sempre più sudditi impotenti, nel fondo della testa, di un potere assoluto che più critichi e più diventa assoluto. Un potere globale, figlio dello zio Sam, del sogno americano. L’Occidente.
La cosa bella è che ormai la lamentela è argomento di conversazione più delle condizioni atmosferiche. Nel compiacersi disperato si mescolano tutti i fiati e aliti cattivi di gente sempre più alienata, ossessionata, disumanizzata.
Ci vorrebbero le palle di mettere un po’ di cose in discussione, in realtà.
Una situazione come questa potrebbe essere una Grande Occasione per scrollarsi di dosso un po’ di orpelli e decorazioni inutili, collane e pendagli di cattivo gusto, artefatte code di pavone.
Una situazione che a livello economico-sociale è così incerta e precaria – e che rischia di trasformare l’Essere Umano in un essere incerto e precario – potrebbe dare la forza di riuscire a reinventare il mondo, renventarsi come esseri umani.
Potrebbe alimentare, sviluppare, creare una nuova Creatività, che finalmente potrebbe trasformare le cosiddette batoste della vita, i cosiddetti fallimenti, in materia viva e pulsante. Materiale da cui si possono forgiare nuove forme.
La Vita! La Vita che continua a scorrere al di là delle forme e dei puntelli e dei limiti e dei paletti, dei progetti e delle aspettative e delle convenzioni. La Vita che però può finire strozzata, smorzata, se si carica di importanza eccessiva una di queste forme, puntelli, limiti, paletti, progetti, aspettative.
Niente ha più importanza della Vita Che Scorre. Nessuno ha il diritto di trasformare i sassolini che incontra nel suo cammino, fosse pure gli scogli o le rocce enormi, in una diga – artificiale! – che blocca il suo flusso.
Mettendo in discussione tutte le proprie comodità, tenori di vita, gadgets e optional – riuscendo a divenire davvero consapevoli che tutto questo è a rischio – si potrebbe accarezzare la salvezza umana della scarnificazione, della nudità.
E cioè affidarsi in ciò che è è più forte, meno a rischio. La scarnificazione, fino a trovare la nudità. Di sè stessi e degli altri. Esseri umani. Nudi, tutti nudi.
Tutto ciò che è a rischio potrebbe diventare finalmente non necessario. Lo sguardo si aprirebbe, il mondo sarebbe pieno di luce. La vita sarebbe Arte, e l’Arte rinascerebbe. Fuori dal denaro e dentro la nudità.
Milano Schizzata
Milano è la patria mercantile dell’Italia, patria del puttanesimo etico. Qui la logica dei curriculum, dei colloqui, delle performance, della produttività, la logica aziendale, viene sbattuta in faccia ad ogni angolo di strada. Qui centinaia di giovani in cerca di un futuro sbarcano sui gommoni della speranza, sempre a rischio naufragio, disperazione, cannibalismo.
Probabilmente Milano offre una perfetta rappresentazione, in salsa italiana, dell’Occidente postindustriale, quello a cui trema la terra sotto i piedi dopo le crisi a raffica che scuotono le borse di tutto il mondo dall’ormai lontano 2008.
Milano è un bel punto angolare da cui guardare l’Occidente, e nelle persone che vi vivono, l’occhio attento sa trovare tracce di realtà contemporanea, verità mostruose e illuminanti.
Qui non ci vuole niente a venire fatti a fette dallo logica aziendale, dipende le situazioni che ti trovi a vivere, inconsciamente, profondamente, il rischio grande è quello di subire – piano piano, graduale graduale – quel sottilissimo subdolo lavaggio del cervello che ti scarnifica della tua umanità, che può stracciare orribilmente tutte le vesti migliori e pregiate dalla tua persona.
Gente per cui il bene dell’azienda diventa l’obiettivo unico della vita, forzato e inculcato da decine e decine di riunioni motivazionali, meeting, faccia a faccia, messaggi subliminali. Gente pagata quattrocento euro al mese, che viene da anni e anni di frustranti stage, illusi da un lontanissimo sol dell’avvenire, che dimentica di vivere e viene scossa – pian piano, graduale graduale – da quelle tracce di realtà contemporanea, quelle verità mostruose e illuminanti che sono le crisi di panico, l’ansia, l’angoscia priva di contenuto, la depressione strisciante, la paura, la paura che rosica dall’interno – come tanti sorci zannuti che ti divorano con gusto – questa nostra sballottata incasinata disperata generazione.
Il giovane d’oggi, soprattutto quello laureato e in cerca di lavoro, rischia ogni attimo di venire definitivamente fottuto dalla spersonalizzazione, da qualche tremendo Lavaggio Del Cervello. Rischia di diventare disumano, in altre parole, di immiserirsi definitivamente, di perdersi nel mare magnum del Raggiungimento dell’Obiettivo. Del successo a tutti i costi.
In quest’epoca di iperspecializzazione e disoccupazione intellettuale a manetta, di università sfornalaureati e mercato del lavoro che si lecca le labbra per tanta carne da macellare, il rischio della disumanità è alle stelle.
Cos’è l’Umano? L’Umano è l’assoluto, l’Uomo nel suo nocciolo, unico e irripetibile, il sé stesso, l’io profondo.
Una vita bella è quando l’Umano viene curato, nutrito e alimentato.
Una vita brutta è quando l’Umano viene perso di vista.
E capita, capita sempre più spesso.
Il Mercato Del Lavoro, per tante persone, specie i più giovani e necessariamente sprovveduti, il Mercato Del Lavoro può diventare l’unico ambiente di vita, l’unico sugo esistenziale in cui la vita si sviluppa e viene caricata di senso.
Una cosa del genere, per l’Umanità delle persone, è un danno irreparabile.
Il Mercato del Lavoro si basa sul relativo, sul paragone con gli altri, e dunque sugli etichettamenti, sulle deformazioni, sulle schematizzazioni. Vivendo sempre paragonandosi agli altri, sempre nella dimensione del relativo, si perde di vista la propria Umanità.
Se non si vive il Mercato Del Lavoro, nel quale praticamente tutti siamo coinvolti, se non si vive con la giusta contestualizzazione, con la giusta onestà intellettuale, con la giusta sacrosanta smaliziatezza, se non ci si tiene forte alla propria Umanità, allora beh, siamo proprio fottuti. Continua a leggere…
About comprensione dell’animale uomo: quel ferrovecchio inutile chiamato Logica
Quale è stato il periodo più felice della mia vita? Quello in cui il mio umore, la mia salute, la mia creatività, la mia energia, la mia voglia di vivere, insomma, tutta la mia persona, era in stato di grazia? Mmmmm fammi pensare…Ah si! Quella volta…quella volta che per chissà quale magia strana, chissà quale strana congiunzione di eventi, fato, destino, volontà proprie e influssi di volontà altrui…si si….ora ricordo bene, ora….quella volta…
Non ho mai provato felicità tanto grande, la mia persona non è mai stata più bella e curata sotto tutti i punti di vista, come quella volta che mi dimenticai completamente di me stesso.Sai, mi sento piccolo e debole, mi sento un granchio alla deriva. Forse perchè sono realmente profondamente cresciuto. E sono realmente profondamente più grande, più forte, meno granchio alla deriva di prima. E infatti, appunto per questo, solo ora capisco quanto io sia piccolo e debole e granchio alla deriva.
Tu che sai di essere debole e privo di forza di volontà probabilmente sei più forte e dotato di forza volontà rispetto a quelli che pensano di essere forti e dotati di forza di volontà.
La Vertigine forse è la sofferenza più bella che si possa provare. Per provarla, bisogna essere arrivati su su su, e da lì, poi, accorgersi che sotto c’è l’abisso, e che basta un niente per cadere giù. Quel mancamento, quel tremore, lì sta lo stupore, la meraviglia, la potenza e l’immane fragilità della vita vera. L’esperienza dà un senso di angoscia tremendo, manca la terra sotto i piedi, letteralmente, ma bisogna essere fieri di essere riusciti a provare certe cose. Non è da tutti, infatti, sfiorare vette di felicità capaci di produrre vertigini. Gran parte delle persone, infatti, non vivrà mai la fortuna di certe altezze
Voci raccolte per strada
Un uomo che riesce a regalarti la paura è tanto grande quanto un uomo che riesce a regalarti la felicità. La paura carnale. La paura di vivere! La vita è una mantide che brucia quelli che più la amano, se li prende, e più ci si avvicina al nocciolo, più si va in alto, più qualcosa si oppone. Forse non c’è abbastanza posto…Soffrire così tanto per quella cosa, LA COSA che si è intravista e che non si vede più, che non si sa più come prendere, lontana, fuggita.
Vinicio Capossela
Il dramma mi influenzava sempre stranamente, sempre destava in me il senso del ridicolo, specie quando era motivato dall’amore. Forse per questo, nei momenti di disperazione, riuscivo sempre a ridere di me stesso. Non appena prendevo la decisione di agire, diventavo un’altra persona…l’attore. E naturalmente esageravo ogni volta nell’interpretare la parte.
Presumo che, in ultima analisi, questo comportamento bizzarro fosse basato su un disprezzo inguaribile per l’inganno; odiavo trarre in inganno la gente, anche se questo significava salvare la mia pelle. Vincere la resistenza di una donna, indurla ad amarti, destarne la gelosia, riconquistarla…era contrario alla mia natura riuscire in queste cose ricorrendo, sia pure inconsciamente, a sistemi illegittimi. Non provavo alcuna sensazione di trionfo o di soddisfazione se la donna non si arrendeva volontariamente. Ero sempre stato un pessimo corteggiatore. Mi scoraggiavo facilmente, non perchè dubitassi delle mie capacità, ma perchè ne diffidavo. Volevo che fosse la donna a venire a me; volevo che fosse lei a fare gli approcci. Nessun pericolo che divenisse troppo audace! Quanto più temerariamente concedeva se stessa, tanto più l’ammiravo. Odiavo le vergini e le violette schive. La femme fatale ..ecco il mio ideale.
Come odiamo ammettere che nulla ci farebbe più piacere dell’essere schiavi! Schiavi e padroni al contempo! Perchè, anche nell’amore, lo schiavo è sempre il padrone camuffato. L’uomo che deve conquistare la donna, soggiogarla, piegarla alla sua volontà, plasmarla a seconda dei suoi desideri…non è lo schiavo della sua schiava?
Come è facile alla donna, in una relazione del genere, capovolgere l’equilibrio delle forze! La mera minaccia di indipendenza da parte della donna, e il galante despota è preso dalla vertigine. Ma se i due riescono a gettarsi incautamente l’uno nelle braccia dell’altro, senza nulla nascondere e tutto abbandonando, se ammettono l’uno con l’altro di essere interdipendenti, non godono forse di una grande e inaspettata libertà?
L’uomo che riconosce con se stesso di essere un vile, ha fatto un passo in avanti nel dominare la propria paura; ma l’uomo che lo riconosce francamente con tutti, che chiede di riconoscere in lui la viltà e di tenerne conto quando si ha a che fare con lui, è sulla strada per diventare un eroe.
E un uomo come questo stupisce se stesso non di rado, quando giunge il momento della prova cruciale, constatando di non sapere cosa sia la paura. Essendosi liberato del timore di considerarsi un codardo, non lo è più; occorre soltanto la dimostrazione per provare la metamorfosi. La stessa cosa accade nell’amore. L’uomo che ammette non soltanto con se stesso, ma anche con i suoi simili, e persino con la donna adorata, di poter essere fatto girare intorno al dito mignolo delle donne, di essere indifeso per quanto concerne l’altro sesso, il più delle volte scopre che invece è il più forte dei due.
Nulla piega più rapidamente una donna della resa completa. La donna è preparata a resistere, ad essere assediata; le è stato insegnato a comportarsi così. Quando non si imbatte in alcuna resistenza, cade a capofitto nella trappola. Potersi concedere interamente e completamente è il più grande lusso che offra la vita. Il vero amore inizia soltanto a questo punto di dissoluzione…
Per diventare il grande amatore, colui che magnetizza e catalizza, il centro accecante e l’ispirazione del mondo, occorre anzitutto sperimentare la saggezza profonda dell’essere un completo allocco.
L’uomo condotto dal suo grande cuore alla follia e alla rovina è irresistibile per la donna.
Sexus, Henry Miller, 1949
Marco e la Sicilia, relazione complicata
Marco e Chiara
- Vuoi sapere com’è stato il mio rientro in Sicilia? Vuoi sapere com’è stata quella settimana spacciata a tutti come vacanza?
- Si. E vorrei pure sperare che un giorno la smetterai di ripetere le mie domande. Ma ormai manco ci spero più.
- Vuoi saperlo, allora, o no?
- Oddio.
- Ok, ti accontento. È stata de-va-sta-n-te.
- Devastante? Addirittura.
- Si, tesoro mio.
- Ma dai.
- Ti dico di si.
- Ma che significa, esattamente?
- Verga. Hai presente Giovanni Verga? L’ideale dell’ostrica?
- Bene, cominci a fare il professorino. Mi eccita.
- L’ideale dell’ostrica. Bene. L’ostrica aggrappata, attaccata alla sua roccia, al suo scoglio. Che succede all’ostrica se si stacca dal suo scoglio?
- Finisce in mare aperto.
- Già. Finisce in mare aperto e non riesce a sopravvivere. Muore, in mare aperto. Punto e basta. Non c’è neanche l’ipotesi, in sta cosa dell’ostrica, non c’è neanche l’ipotesi di riuscire a trovare un altro scoglio. No. Tu nasci aggrappato ad uno scoglio, e lì ti devi stare, e se ti stacchi, pum, morto, sicuro.
- Beh si, vuol dire: tieniti quello che hai…non osare troppo…cura e mantieni i tuoi punti di riferimento…robe così.
- Già. L’ostrica che si stacca dallo scoglio, che ha questa incoscienza, questa stupidità, quest’ardire, l’ostrica che si stacca dallo scoglio è, per dire, Ntoni ne I Malavoglia. Lui scappa al Nord, per far carriera, e torna con le pezze al culo. Pum, è così, inesorabile. Tieniti quello che hai, non osare troppo…Ma non è solo questo…è qualcosa di più grande, di più metafisico, di più radicato…non è nient’altro che la paura del nuovo! Il terrore dell’ignoto! Il Voler Sempre Fuggire da ciò che non è conosciuto. E, in definitiva, il Non Voler Conoscere Alcunchè di Nuovo.
- Le maiuscole mi eccitano. Continua.
- Insomma, l’ostrica. Siamo ostriche in Sicilia. Siamo tutti ostriche. Chi cambia la vecchia per la nuova male si trova. Meglio il cattivo conosciuto che il cattivo da conoscere. E altri proverbi intraducibili dal dialetto. Tutti a ripetere lo stesso ideale di vita. Non ci dobbiamo muovere da dove siamo. Altrimenti pum: morti.
- E questo l’abbiamo capito.
- Bene, poi, ricordi quella citazione che dico sempre…quella di Lawrence?
- Si…”Il siciliano non ha affatto anima nel senso nostro della parola. Non ha nulla della nostra coscienza soggettiva, non ha idea spirituale di se stesso. Gesù interiormente tormentato, il tormentato Amleto, non esistono per il siciliano. Perché un uomo dovrebbe tormentarsi da se? Chiederebbe stupefatto Gesualdo. Non ci sono forse abbastanza bricconi a questo mondo per tormentarlo?”
- Ecco. Anche il capire, per l’ennesima volta, che questa cosa di Lawrence è una verità profonda, anche questo, è stato devastante. Mi spiego. In Sicilia non c’è interiorità. Si vive come se non ci fosse. Le persone si comportano come se non ci fosse. Niente. Non ci sono persone che camminano per le strade, no: ci sono maschere, ruoli sociali. Ogni persona è schermata dietro una ragnatela di reti, contatti, relazioni. Ogni persona è un ruolo, un personaggio, un burattino, un pupo.
- Ma và. Ovunque è così.
- Può darsi. Ma in Sicilia è peggio. Deriva dal fatto che il siciliano proprio non sa fare i conti con l’interiorità. Le sue tragedie, le sue chiusure, anche le sue grandezze, tutto è legato a questa caratteristica. In Sicilia o funzioni o non funzioni. Non ci sono vie di mezzo. O sei sano o sei malato. O sei giusto o sei sbagliato. Tutto incasellato. Tutto costruito. Tutto convenzione convenzione convenzione.
- Oddio, quante generalizzazioni! Quanto sei estremista, e facilone, e semplificatorio! In Sicilia! Come se la Sicilia fosse soltanto il tuo paesello natale di duemila anime! Il tuo è un buco di culo in provincia, lo sappiamo, e la Sicilia non è tutta così. E poi, anche lì, tu esageri. Esageri sempre. Che cazzo. Scomodi Verga e Lawrence, impastando roba che ricordi malamente dal liceo o da chissà quale cazzo di libro che hai letto, ma “quel che tu capisci”, anzi, Quel Che Tu Capisci, non è altro che un’accozzaglia di stupide considerazioni qualunquiste che si possono fare su qualunque ambiente provinciale del mondo.
- Mmmm…
- Però vai avanti
- Ah si? Sei sicura che ti va? Ti vedo alquanto infastidita.
- Un po’ si, ma non posso farci niente. Voglio che continui. I tuoi pregiudizi da fanatico mi eccitano.
- Senti, senti. Potrei anche offendermi.
- Potresti, certo. Ma non prima di avermi raccontato cosa diamine hai fatto in Sicilia.
- Cosa vuoi sapere di più? Ti ho detto tutto. Vieni qua, ora.
Bacia e racconta
Gli altri uomini stanno ad ascoltare mettendoci tutta la loro pazienza perché lo considerano parte del lavoro di seduzione che porta alla scopata. È per questo che gli uomini parlano con le donne, di solito: per portarsele a letto. Tu te le porti a letto per parlare con loro….Tu ti degni di vivere solo per tenere in piedi la conversazione. Perfino il sesso è marginale. Tu non sei spinto dall’eros… non sei spinto da niente. Solo da questa curiosità infantile. Solo da questa ingenuità a occhi sgranati. Qui ci sono persone, donne, per le quali la vita non è solo materiale su cui lavorare, è coinvolgimento emotivo. E per te più sono coinvolte e meglio è….
Ogni donna una scopata, ogni scopata una Sheherazade….
Loro cercano di colmare con le parole la voragine enorme che si spalanca fra l’atto in sé e la sua trasformazione in narrazione. E tu ascolti e ti precipiti a metterlo per iscritto e poi lo rovini facendone nient’altro che marcia letteratura.Lui non ha scritto nessuno dei suoi libri. Sono stati tutti scritti dalle sue amanti, una dopo l’altra. Io ho messo giù gli ultimi due e mezzo. E anche quegli appunti che ha preso di suo pugno erano sotto la mia dettatura”.
Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura.
Tutta quella timidezza, travestita da «discrezione», nei confronti delle contraddizioni e degli impulsi pagani di un uomo. Il terrore della dissacrazione e la paura della vergogna. Come se nel cuore della natura di uno scrittore ci fosse la purezza. Il cielo aiuti un simile scrittore! Come se Joyce non avesse annusato oscenamente le mutande di Nora. Come se nell’anima di Dostoevskij non avesse mai bisbigliato Svidrigailov. Nel cuore della natura di uno scrittore c’è il capriccio. Curiosità, fissazioni, isolamento, veleno, feticismo, austerità, leggerezza, perplessità, infantilismo eccetera. Il naso nella cucitura di un indumento intimo: ecco la natura dello scrittore. L’impurità.
Inganno, Philip Roth, 1990
Harry Bloch è uno scrittore che nei propri romanzi mette dentro (trasfigurando si, ma mica tanto) le sue esperienze di vita. Considera la propria vita, il proprio vissuto, la sua principale fonte di ispirazione. Prende continuamente appunti su ciò che vede o sente. È considerato uno che sa ascoltare la gente, ma la gente non sa – salvo alcuni illuminati – che la sua “predisposizione all’ascolto” è animata soltanto dal meschino desiderio di inghiottire tutto, impadronirsene per poi ricrearlo battendo i tasti della sua macchina da scrivere. È famelico, è ingordo di esperienze di vita e di racconti di esperienze di vita, è uno sciacallo, un avvoltoio della propria vita e della vita altrui.
“Harry a pezzi” di Woody Allen, che dichiara apertamente che “tutti i miei film prendono spunto da materiale autobiografico”. E “Inganno” di Philip Roth, un altro che vive sull’accavallamento dei due piani autobiografia/letteratura. Nei suoi romanzi, infatti, il narratore e/o il protagonista dei suoi libri è praticamente sempre un alter ego dello scrittore. Sempre ebreo, sempre ultra colto, sempre proveniente dagli stessi ambienti sociali, sempre con l’ossessione del sesso e della morte. Alex Portnoy (“Il lamento di Pornoy”), David Kepesh (“Il professore di desiderio”, “L’animale morente”, “Il seno”), Nathan Zuckerman (“Lo scrittore fantasma”, “Zuckerman scatenato”, “L’orgia di Praga”, “Pastorale Americana”, “Ho sposato un comunista”, “La macchia umana”, “Il fantasma esce di scena”) e addirittura Philip Roth (es. Complotto contro l’America). Continua a leggere…
Col Corpo Capisco
Tutti noi desideriamo una vita intensa. Desideriamo grandi gioie e grandi desideri. Tutti noi desideriamo nuovi incontri. Vedere nuovi paesi, attendiamo sempre qualcosa di esaltante e meraviglioso. Desideriamo desiderare più intensamente e soddisfare i desideri più intensi. Ciò che ci caratterizza come esseri umani è la continua tendenza a trascenderci. I nostri fini non sono dati, come quelli degli animali, ci si rivelano. Conoscere è conoscere i nostri fini. La ricerca dei fini è la nostra più profonda natura.
Non è la sessualità la causa della irrequietezza della natura umana. La sessualità è soltanto il terreno in cui si manifesta questa inquietudine trascendente. Il divino e il demoniaco, irrompendo nella sessualità, la trasformano in erotismo perchè vi fanno intravvedere il meraviglioso, lo straordinario, l’emozionante, il sublime. Oppure anche soltanto il diverso, lo sconosciuto, la sfida.
La donna usa il proprio corpo, più che la ragione, per esplorare l’uomo. Si fida più delle sue sensazioni che del ragionamento, oppure di quello che lui le dice. Per la donna è sempre più importante quello che l’uomo fa per lei, i gesti che compie verso di lei, di ciò che dice o promette. Conta più un abbraccio, il modo di vibrare, il modo di sospirare, il calore della sua pelle, il suo abbandono, che la parola “ti amo”. È più autentico, cioè la donna si fida di più di un “ti amo” detto con il corpo in un momento qualsiasi, che un “ti amo” detto dalla mente con le parole. Le parole sono ambigue e strumentali, e lei lo sa bene. Le pulsioni del corpo sono autentiche. Le parole sono controllabili, il corpo no, trasmette sempre qualcosa di ciò che prova…La donna, in sostanza, usa il suo corpo per attraversare quello dell’uomo, per raggiungere la psiche dell’uomo. E, spesso, quella parte della psiche che l’uomo non conosce di se stesso”.
L’erotismo, Francesco Alberoni, 1986
“I maschi playboy, le femmine puttane” - Per i maschi l’erotismo può ridursi a qualcosa di moltomolto misero. Puro schemino bisogno/soddisfazione del bisogno. Una freccetta tutta puntata verso il Grande Obiettivo, il coito, la penetrazione genitale e stop. Fine del piacere. Ritorno alla solitudine, all’angoscia esistenziale che presto si trasforma in livore immotivato, acerbo rancore, aggressività gratuita, invidia e cinismo. Bocca impastata, occhi opachi, alito cattivo. Se non coltivato con sensibilità e passione, l’erotismo maschile può facilmente diventare un fattore maligno, un cancro.
Per le donne, istintivamente, è diverso. Nelle filosofie orientali l’idea è molto ben radicata.
I Taoisti venerano la donna perchè è più vicina alle forze primordiali della Natura, perchè è nel suo ventre che si genera e cresce la nuova vita. Questa naturale disposizione femminile spinge le donne verso un erotismo immensamente più grande e potente, ma soprattutto più autentico. Un grimaldello per superare, senza avvelenarsi l’anima, la paurosa atomizzazione della condizione umana. Un’esperienza che arricchisce la vita di mille sfaccettature, che fa respirare – anche solo per un attimo – l’Enormità dell’Esistente. L’eros nella donna, più naturalmente che nell’uomo, si permea di un afflato religioso, panteistico, cosmico. L’eros – quello vero – è sempre mistico.
Anche per la cultura indù la donna è estremamente più sensuale dell’uomo. Recita un proverbio indiano: “La voracità di una donna è due volte quella dell’uomo, la sua furberia quattro volte, la sua sfrontatezza sei volte, e la sua capacità di provare piacere nell’amore otto volte”. Continua a leggere…

