Bacia e racconta
Gli altri uomini stanno ad ascoltare mettendoci tutta la loro pazienza perché lo considerano parte del lavoro di seduzione che porta alla scopata. È per questo che gli uomini parlano con le donne, di solito: per portarsele a letto. Tu te le porti a letto per parlare con loro….Tu ti degni di vivere solo per tenere in piedi la conversazione. Perfino il sesso è marginale. Tu non sei spinto dall’eros… non sei spinto da niente. Solo da questa curiosità infantile. Solo da questa ingenuità a occhi sgranati. Qui ci sono persone, donne, per le quali la vita non è solo materiale su cui lavorare, è coinvolgimento emotivo. E per te più sono coinvolte e meglio è….
Ogni donna una scopata, ogni scopata una Sheherazade….
Loro cercano di colmare con le parole la voragine enorme che si spalanca fra l’atto in sé e la sua trasformazione in narrazione. E tu ascolti e ti precipiti a metterlo per iscritto e poi lo rovini facendone nient’altro che marcia letteratura.Lui non ha scritto nessuno dei suoi libri. Sono stati tutti scritti dalle sue amanti, una dopo l’altra. Io ho messo giù gli ultimi due e mezzo. E anche quegli appunti che ha preso di suo pugno erano sotto la mia dettatura”.
Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura.
Tutta quella timidezza, travestita da «discrezione», nei confronti delle contraddizioni e degli impulsi pagani di un uomo. Il terrore della dissacrazione e la paura della vergogna. Come se nel cuore della natura di uno scrittore ci fosse la purezza. Il cielo aiuti un simile scrittore! Come se Joyce non avesse annusato oscenamente le mutande di Nora. Come se nell’anima di Dostoevskij non avesse mai bisbigliato Svidrigailov. Nel cuore della natura di uno scrittore c’è il capriccio. Curiosità, fissazioni, isolamento, veleno, feticismo, austerità, leggerezza, perplessità, infantilismo eccetera. Il naso nella cucitura di un indumento intimo: ecco la natura dello scrittore. L’impurità.
Inganno, Philip Roth, 1990
Harry Bloch è uno scrittore che nei propri romanzi mette dentro (trasfigurando si, ma mica tanto) le sue esperienze di vita. Considera la propria vita, il proprio vissuto, la sua principale fonte di ispirazione. Prende continuamente appunti su ciò che vede o sente. È considerato uno che sa ascoltare la gente, ma la gente non sa – salvo alcuni illuminati – che la sua “predisposizione all’ascolto” è animata soltanto dal meschino desiderio di inghiottire tutto, impadronirsene per poi ricrearlo battendo i tasti della sua macchina da scrivere. È famelico, è ingordo di esperienze di vita e di racconti di esperienze di vita, è uno sciacallo, un avvoltoio della propria vita e della vita altrui.
“Harry a pezzi” di Woody Allen, che dichiara apertamente che “tutti i miei film prendono spunto da materiale autobiografico”. E “Inganno” di Philip Roth, un altro che vive sull’accavallamento dei due piani autobiografia/letteratura. Nei suoi romanzi, infatti, il narratore e/o il protagonista dei suoi libri è praticamente sempre un alter ego dello scrittore. Sempre ebreo, sempre ultra colto, sempre proveniente dagli stessi ambienti sociali, sempre con l’ossessione del sesso e della morte. Alex Portnoy (“Il lamento di Pornoy”), David Kepesh (“Il professore di desiderio”, “L’animale morente”, “Il seno”), Nathan Zuckerman (“Lo scrittore fantasma”, “Zuckerman scatenato”, “L’orgia di Praga”, “Pastorale Americana”, “Ho sposato un comunista”, “La macchia umana”, “Il fantasma esce di scena”) e addirittura Philip Roth (es. Complotto contro l’America).
Soprattutto con Zuckerman, Roth raggiunge le punte massime di ambiguità sulla sottile linea fantasia/realtà. Zuckerman è uno scrittore, Zuckerman sembra in tutto e per tutto Philip Roth. Nei tre grandi romanzi della maturità, dove Roth decide di affrontare – a suo modo – gli ultimi cinquant’anni di storia americana, Zuckerman è il narratore che racconta altri personaggi e altre vicende, e – specie ne “La Macchia Umana” – i suoi interventi “personali” sono particolarmente importanti. Zuckerman è una sorta di lente distorcente, un filtro, come se una fosse impossibile – sembra voler dire Roth – raccontare una storia omettendo la soggettività.
“Inganno” è un delizioso gioco letterario in cui Roth prende di petto la questione. Libro fatto solo di dialoghi, comincia come una serie di conversazioni tra un uomo – scrittore, ebreo, il solito personaggio di Roth – e alcune amanti. Pian piano viene fuori che l’uomo è proprio Philip Roth. O meglio, un personaggio che si chiama Philip Roth. Sono dialoghi veramente avvenuti, o solo dialoghi immaginati? Dove sta il reale? Il tema, piano piano, salta fuori, sempre più insistentemente, finchè i piani si accavallano così tanto (provare a leggere gli ultimi due dialoghi finali. Cos’è vero? Cosa non lo è? Ha importanza?) che la domanda si rivela quella che è. Una domanda inutile. Roth, sardonico, con le 90 pagine di “Inganno” imbastisce un raffinatissimo, elaboratissimo, geniale, “fatevi i cazzi vostri” che liquida a suo modo l’annosa questione di critica letteraria.
Philip Roth e la moglie
– È meglio che tu mi dica cosa ti sconvolge tanto. Non posso tornare a casa dal mio studio ogni giorno e sedermi a tavola per sorbirmi cene come questa tutte le sante sere. Non apri bocca. Non rispondi qualsiasi cosa io ti dica. E hai un aspetto orrendo.
– Non dormo.
– E perché no? Dimmelo.
– Non lo so.
– Cosa ti dà fastidio?
– Non ha niente a che fare con te.
– Non è una buona ragione per non dirmelo. Ha sì a che fare con me, vero?
- Vorrei sapere… no, non è vero, non vorrei sapere un bel niente!
– Oh, avanti, ormai ci siamo. Qual è il punto?
– Tu non vai nel tuo studio a lavorare, tu vai nel tuo studio a scopare! Tu vedi una donna nel tuo studio!
– Oh davvero? Tu dici?
Scoppiando in lacrime. – Sì!
– L’unica donna presente nel mio studio è la donna del mio romanzo, sfortunatamente. Avere un po’ di compagnia sarebbe più piacevole, ma in quel modo le cose non funzionerebbero a dovere.
– Non il tuo romanzo… il tuo taccuino! L’hai lasciato fuori dalla cartella e io l’ho preso e stupidamente… e adesso non so cosa darei per non averlo fatto! Sapevo che non dovevo aprirlo… sapevo che sarebbe stato orribile!
– Stai facendoti venire una crisi isterica per niente, sai?
– Sì?
– Ma cosa vai a pensare? Avrai letto qualche appunto…
– Non «appunti», conversazioni con questa donna!
– Che è immaginaria.
– Come può essere immaginaria se sa tutte queste cose che tu non puoi assolutamente sapere? È una donna che viene nel tuo studio, ed è per colpa sua se tu da mesi sei così distratto e completamente indifferente a me. Quando ti parlo, è un miracolo se riesci a stare sveglio. Quando lei ti parla, è tutto così fantastico che devi assolutamente metterlo per iscritto, non puoi farti sfuggire una parola. Quando apre la bocca lei è un portento e tu sei un «écouteur, un audiofilo». Dio mio che stronzate pretenziose!
– Certo potrebbe essere per colpa sua se io da mesi sono indifferente a tutto… però potrebbe anche essere colpa del libro che sto scrivendo se da mesi sono indifferente a qualsiasi altra cosa.
– Tu… Tu… – Piangendo amaramente.
– Io cosa?
– Tu l’ami più di quanto hai mai amato me!
– Perchè non esiste. Se tu non esistessi amerei anche te così. Mi sembra incredibile che stiamo facendo questa discussione.
– Senti, tutto questo è semplicemente stucchevole. Mi rifiuto di dare spiegazioni. Mi rifiuto di fare questa discussione con te, sei proprio l’ultima persona al mondo. Mi rifiuto di rammentarti che il modo di parlare della gente è di un certo interesse per me, e forse è proprio questo l’argomento delle mie annotazioni. Ho immaginato una relazione amorosa… è una cosa che faccio sempre. Non come lo fanno normalmente gli uomini, palpandosi l’uccello, ma perché questo è il mio lavoro.
– Ma io li ho letti quei capitoli, i capitoli del manoscritto che mi hai dato da leggere, la storia di quella donna inglese… questa non è quella donna inglese, questa è il modello di quella donna, questa è la donna vera! Non far finta che siano la stessa persona!
– No. Una è una figura schizzata in qualche modo su un taccuino, l’altra è un personaggio importante coinvolto nell’intreccio di un libro piuttosto intricato. Ho immaginato di avere, io, fuori dal mio romanzo, una storia d’amore con un personaggio che sta dentro il mio romanzo. Se Tolstoj avesse immaginato di innamorarsi di Anna Karenina, se Hardy avesse immaginato di avere una storia d’amore con Tess... guarda, sto seguendo i miei numi tutelari dove loro stessi mi portano… oh, all’inferno. Cosa pretendi, che faccia il poliziotto di me stesso? Che mi freni davanti a questa specie di impulso per paura… per paura di cosa? Della pruderie di chissà quale mente illuminata? Be’, non accetterò mai censure del genere né da te né da nessun altro!……perché essere solo presente (inserire il personaggio Philip Roth in un romanzo ndr) è troppo poco. Non è questo il mio modo di lavorare. Compromettere un «personaggio» non mi porta dove voglio arrivare io. Quello che arroventa davvero la situazione è il compromettere me stesso. Rende l’accusa, come dire, più succosa, il fatto di infangare la mia persona. Come d’altronde dimostra, nel caso tu ancora dubitassi di me, proprio questa fottuta discussione. …
Guarda, non m’importa che tu li abbia letti. Non li avrei lasciati in giro se avessi avuto paura che tu potessi leggerli. Li porto con me avanti e indietro fra casa e studio perché qualche volta vado a sedermi in camera da letto, come sai, vado a sedermi sulla sedia che sta in camera da letto alla fine della giornata, mentre tu già dormi, e immagino qualche battuta di dialogo fra me e questa donna. E altre donne, pure. Ecco, forse in questo, cioè nel fatto che mi comporto in questo modo nella nostra camera da letto mentre tu stai dormendo,forse sono davvero colpevole di una specie di perverso tradimento.Ma in questo caso non sono certo 1′unico uomo che pensa a donne immaginarie mentre sta in camera da letto con la donna con la quale dorme abitualmente. Possono anche esserci donne che si comportano in modo altrettanto peccaminoso mentre stanno in camera da letto con l’uomo con il quale dormono abitualmente. La differenza è che il frutto della mia peccaminosa immaginazione io ho l’impulso di svilupparlo e metterlo per iscritto. Questa è una circostanza attenuante: si tratta del mio lavoro, del mio mezzo di sostentamento. Tra parentesi, nell’immaginazione io sono infedele a tutte loro, non solo a te…Questi desideri non sono del tutto innaturali, lo sai.
– …Allora, abbi la cortesia di spiegarmi come fai a sapere tutte queste cose sulla vita in Inghilterra, le cose che questa donna inglese inesistente ti racconta nel tuo studio mentre stai portando avanti questa storia con lei tutta nella tua testa.
– Perché vivo qui da un po’ e qualche volta faccio attenzione a quello che vedo. Perché qualcosa ho imparato da Rosalie. Perché fa parte del mio mestiere il mostrare di saperne più di quello che so. Questa donna è semplicemente la depositaria di tutte queste cose.
– Ma le conversazioni sono così intime.
– Immagino quali sono i punti che possono risultare sconvolgenti. Naturalmente capisco che questo può averti fatto perdere le staffe. Ma anche l’intimità è interessante… anche l’intimità è un argomento.
– L’intimità post coitum. È questo l’argomento.
– Tu dici? Non avevo pensato alla cosa esattamente in questi termini.
– Be’, provaci per piacere. Quella serenità. Quei dialoghi. Lo stato d’animo è proprio quello. Sei più intimo con lei che con me.
– Questo non è vero.
– Ultimamente sì.
– Be’, sono cose che vanno e vengono: indifferenza e tenerezza, incredibile tenerezza e subito dopo incredibile inaccessibilità, questo è lo schema tipico nei rapporti fra le persone che stanno insieme da molto tempo come noi due. Quello che penso riguardo a lei è tutt’altra cosa. Si tratta dell’amore che esiste proprio perché si è ritagliato un’oasi. L’attimo rubato, che non può essere sostenuto.
– Nel tuo taccuino è sostenuto eccome.
– Sai, dovrei davvero interpretare la tua gelosia come un incredibile tributo al mio potere di persuasione.
– E io suppongo che dovrei interpretare quello che ho letto qui dentro come misura del mio incredibile fallimento. Sia che io creda alla sua esistenza sia che io non ci creda, l’amore per lei esiste di sicuro, il desiderio che lei esista esiste. E questo mi ferisce ancora di più. Dalla prima all’ultima pagina, questo taccuino non è altro che un tentativo di sfuggire al matrimonio e a me.
– E se così fosse? E se così è? Tu dove sei vissuta finora? Il tentativo di sfuggire al matrimonio è un ingrediente del matrimonio. In certi casi mi è sembrato che fosse il principio vitale che reggeva il matrimonio stesso. Ho scritto queste cose non per ferire te, ma almeno in parte, credo, per studiare la logica, o la illogicità, che sta dietro a tutto questo. È molto brutto che tu non riesca a leggerlo in questo modo.
– Come lo leggeresti tu se io ardessi di desiderio per una persona che è tutto ciò che tu non sei?
– Non dovresti davvero permettere a una situazione totalmente inventata di colpirti in questo modo.
– Non dovrei? Non dovrei? Oh, hai ragione. Non è giusto, ne sono sicura. È solo che ultimamente tu sei così lontano… terribilmente lontano.
– Se è così, è un’altra cosa.
– No, no. È la stessa cosa. Non avresti un’amica immaginaria, non avresti bisogno di un’amica immaginaria… E quel taccuino hai intenzione di pubblicarlo?…
– Non lo so.
– Be’, magari potresti esaminare sul serio il problema, sai. Perché quello che ti ritrovi in mano è il ritratto di un amore adulterino, e, di conseguenza, sarebbe consigliabile eliminare il tuo nome, non ti sembra?
«Philip, hai un portacenere?» Potresti cambiarlo in «Nathan», no? se dovesse venir pubblicato.
– Tu pensi? No. Non è Nathan Zuckerman, non è stato concepito come Zuckerman. Il romanzo è Zuckerman. Il taccuino sono io.
– Mi hai appena detto che non sei tu.
– No, ti ho detto che sono io, nell’immaginazione. E la storia di un’immaginazione che si innamora.
– Ma se un giorno dovesse venir pubblicato, più o meno com’è ora, senza le parti espositive eccetera, la gente non saprebbe che si tratta solo della storia di un’immaginazione che si innamora, proprio come non lo sapevo io.
– La gente questo non lo sa quasi mai, perciò che differenza vuoi che faccia? Quando scrivo storie inventate dicono che faccio dell’autobiografia, quando faccio dell’autobiografia dicono che sono storie inventate, e allora, visto che io ho le idee così confuse e loro invece sono tanto in gamba, che siano loro a decidere cos’è o cosa non è.
– Già, non è difficile immaginare in quali punti questa faccenda del lasciar decidere i lettori procurerà parecchio spasso a loro e a te… e io?
– Anche tu dovrai decidere, se insisti nel non accettare quello che è in realtà questo taccuino.
– Volevo dire: e l’umiliazione a cui sottopone me?
– Come potresti essere umiliata da qualcosa che non è reale? Tutto questo non sono io, tutto questo è lontanissimo da come sono io, è un gioco, uno scherzo, un modo per impersonare me stesso! Sono io che faccio da ventriloquo a me stesso. O forse lo si capisce meglio rovesciando i termini: tutto qui è fasullo tranne me. O forse lo siamo sia io sia la situazione. Ma, comunque stiano le cose, tesoro, il punto d’arrivo di tutto questo non è altro che l’homo ludens!
– Ma questo chi lo saprebbe, a parte noi due?
– Senti, io non vivo né posso vivere nel mondo della discrezione, non come scrittore, comunque. Ti assicuro che lo preferirei, mi faciliterebbe la vita. Ma sfortunatamente la discrezione non è cosa da romanzieri. Né lo è la vergogna.Provare vergogna per me è un fatto automatico, ineludibile, può essere perfino positivo; il vero delitto per me sarebbe arrendermi alla vergogna.
– Ma chi parla di vergogna? Tutto quello che dovresti fare sarebbe far dire a quella tua povera americanina: «Nathan, hai un portacenere?» È tutto qui quello che dovresti fare, andare a ritoccare tre o quattro punti, e così nulla di ciò che hai scritto sarebbe un problema, per nessuno. Ma dove stai andando, adesso?
– Fuori! Che qualcuno mi venga a dire quello che devo scrivere è una cosa che mi fa assolutamente impazzire, perciò me ne vado fuori di qui.
– No. Non andare da solo! Voglio venire con te.
– Ma non possiamo continuare a litigare per strada. Siamo andati avanti fin troppo. Adesso basta. Semplicemente, non tollero di venire braccato in questo modo per qualcosa che ho scritto, e in particolare non da te. Cara, questa è letteratura, non c’è altro da aggiungere!
– Ma pubblicata così com’è…
– Cristo, ma dove siamo qui, nella stramaledettissima Europa dell’est? Non accetto di essere messo in questa posizione! È troppo assurdo! Mi rifiuto! Non puoi impedirmi di scrivere ciò che scrivo per semplici e ridicoli motivi di ordine patologico, perché io stesso non posso impedirmelo! Io scrivo ciò che scrivo nel modo in cui lo scrivo e, se e quando questo dovesse accadere, pubblicherò quello che pubblicherò nel modo in cui lo vorrò pubblicare, e non ho nessuna intenzione di cominciare adesso a preoccuparmi di cosa la gente potrà travisare o capire male!
– Oppure capire bene.
– Stiamo parlando di un taccuino, di un brogliaccio, di un diagramma, e non di esseri umani!
– Ma tu sei un essere umano, che ti piaccia o no! E anch’io lo sono! E anche lei!
– Lei no, lei è un insieme di parole, e io per quanto mi ci sforzi non potrei mai scopare le parole! Adesso me ne vado fuori di qui, e da solo!Philip Roth e l’amante
– Dopo che ho letto il tuo libro non sapevo se chiamarti o no. Mi ha dato molto da riflettere.
– Non stento a crederci. Anche a me ha dato molto da riflettere. Ho riflettuto sugli effetti che poteva avere sul tuo matrimonio.
– Oh, per questo, lui non l’ha nemmeno letto.– …Due persone mi hanno detto: «In quel libro ti si sente parlare».
– Davvero?
– Sì. Hanno riconosciuto la mia voce.
– Chi te l’ha detto?
– Ho degli amici che leggono libri e che ascoltano pure quello che dico.
– Be’, tu hai un modo di esprimerti molto personale. Io ero innamorato di te per duemila ragioni diverse, ma questa era una. - Un mio amico, giusto qualche settimana fa, aveva appena finito il libro e mi ha chiesto quante volte avevo pranzato insieme a te. Mi ha detto: «C’è un personaggio in questo libro che ti assomiglia in un modo incredibile». Mio marito era seduto lì vicino. Io ho detto qualcosa tanto per dire. Non mi ricordo neanche cosa.
– Avrai detto: «Io a mezzogiorno non mangio mai».
– Non riuscivo proprio a farmi venire in mente una battuta brillante per cavarmi d’impaccio. E l’altra cosa che mi turbava era il perché… perché lo fai? Perché prendi la vita in quel modo? Specialmente considerando che tu ci tenevi, alla segretezza, e che la nostra relazione è stata deformata dalla segretezza, dai tuoi sforzi quasi paranoici di tenere nascosta tutta la faccenda. Per amore di tua moglie. Allora, perché poi hai scritto un libro che lei, ne sono sicura, avrà inevitabilmente considerato basato su una storia davvero accaduta con una persona reale? Perché?
– Perché io faccio così.– Eri tu. Non avrei potuto scrivere di lei (il personaggio ndr) in quel modo se non ci fossi stata tu. Non so se ti ho mai detto fino a che punto… non so nemmeno se allora sapevo fino a che punto tu eri lei, se non dopo aver scritto il libro. Tutt’intorno a noi c’erano quelle limitazioni, quegli obblighi da rispettare. Ma siamo stati meravigliosamente bene insieme, anche se eravamo chiusi dentro quella terribile stanza. Io non vivevo con te solo durante quelle poche ore, avevo tutta una vita da vivere insieme a te quando scrivevo. Avevo questa vita immaginaria e la vivevo con te mentre tu non c’eri. Tutto questo era così intenso.
– Ma tu non puoi. Tu non puoi avere simultaneamente una vita immaginaria e una vita reale, così come dici. Probabilmente quella che vivevi con me era la vita immaginaria, quella che vivevi con lei era la vita reale. Senti, tu non puoi appropriarti in quel modo di tutto quello che una persona dice.
– Eppure l’ho fatto. Lo faccio.– Be’, ero molto arrabbiata per questo. Un po’ come quegli indigeni che non vogliono farsi fotografare, perché sentono che qualcosa verrebbe sottratto alle loro anime.
– Non dubito che fossi arrabbiata.
– Molto arrabbiata, sì.
– E quando ti è passata?
– Probabilmente non mi è passata.
– Ho avuto nostalgia di quando parlavo con te.
– E ti appropriavi di quello che dicevo.
– Certo.
– Be’, sai… anch’io ho avuto nostalgia di quando parlavo con te. Ho avuto una nostalgia tremenda di quando parlavo con te. Qualche volta parlo con te dentro la mia testa.
– Anch’io parlo con te….- Sai, accarezzavo l’idea di scrivere io un libro su di te.
– Scatenati.
– E sai come lo intitolerei? …Bacia e racconta. Tremendo, eh? Te lo immagini?
– Tremendo per chi?
– Per te.
– Fa’ come ti pare.
– Non è il mio sistema. Sai che sono fortemente contraria all’idea di riportare esattamente quello che dice una persona. Sono fortemente contraria a questo fatto di prendere la vita di una persona e metterla all’interno di una storia. E così diventare un famoso autore che si offende con i critici perché dicono che lui non inventa le cose che racconta.
– Il fatto che tu abbia avuto un bambino non vuol dire che io non ho inventato questa storia del bambino; il fatto che tu sia tu non vuol dire che io non ti abbia inventata come personaggio.
– Ma è anche vero che io esisto.
– Anche. È vero che tu esisti ed è anche vero che io ti ho inventata. «Anche» è una buona parola da tenere a mente. È anche vero che tu non esisti solo come te stessa.
– Non più, certo.
– Nemmeno prima. Così come ti ho fatta io, tu non sei mai esistita.
– E allora chi era quella che stava nel tuo studio con le mie gambe sopra le tue spalle? Per favore, basta con queste sciocchezze intellettuali. Sono inglese e non voglio saperne. Quello che c’è di fantastico nella cultura inglese è che noialtri siamo o maledettamente troppo assennati o maledettamente troppo stupidi per stare ad ascoltare roba del genere…
– Io sono un ladro, e nessuno si può fidare di un ladro.
– Nemmeno la sua innamorata?– ..La conclusione, comunque, è che una donna va da un uomo per chiacchierare un po’ con lui, e l’unica cosa che l’uomo ha in testa è la sua macchina per scrivere. Tu ami la tua macchina per scrivere più di quanto potresti mai amare una donna.
– Non penso che sia stato così, con te. Credo di avervi amate tutt’e due allo stesso modo.
– Be’, si dà il caso che io sappia che ogniqualvolta provi una sensazione di turbamento e ambivalenza vuoi dire che hai davvero qualcosa su cui scrivere. E lui, il mio libro, parlerebbe dall’inizio alla fine di baci dati e storie raccontate, perché se dovessi scrivere questo libro baci e storie sarebbero il mio pane quotidiano. Ma capisco che non te l’ho affatto descritto come si deve.
– Sì invece.
– Dovrei scriverlo?
– Non sono certo in condizione di dire di no, soprattutto perché forse potrei scriverne un altro io su di te.
– No. Non è vero. Non lo farai, eh?
Ride. – Sì, certo che lo farò. E ci metterò anche questa conversazione.
– Be’, rimarrei di stucco. Questo lo chiamerei raschiare il fondo del barile, sul serio.
– Non sottovalutarti. Come barile sei fantastica. Lo sei stata, per me.
– Davvero? Oh, ero così arrabbiata. Sono stata arrabbiata per mesi e mesi. Mi sentivo molto lacerata, però, perché è anche vero che appena l’ho letto non riuscivo a essere arrabbiata.
– E perché?
– Perché era così… così tenero… mi sembra. Forse mi sbaglio.
– No. Pensavo che ci fossero alcune cose che ti sarebbero piaciute. Cose che ci ho messo esclusivamente per far sorridere te.
– Oh, sì, ce n’erano. Non mi sono sfuggite. È stata un’esperienza strana leggerlo, molto strana. Perché non avevo dubbi su quali parti fossero state scritte solo per me. Magari mi sbagliavo, eppure non avevo dubbi. E non ne avevo neanche su quali pezzi invece non mi riguardassero, forse li riconoscevo meglio ancora degli altri.
- Sono sicuro che non ti è sfuggito niente di tutto questo. D’altronde quella era la nostra vita, così come io pensavo che avrebbe potuto essere. La nostra vita, anche.
– L’avevo capito. Sì, l’avevo capito. È una storia così strana.-
Lo so. Nessuno ci crederebbe.
