Home > Amenità > Milano Schizzata

Milano Schizzata

Milano è la patria mercantile dell’Italia, patria del puttanesimo etico. Qui la logica dei curriculum, dei colloqui, delle performance, della produttività, la logica aziendale, viene sbattuta in faccia ad ogni angolo di strada. Qui centinaia di giovani in cerca di un futuro sbarcano sui gommoni della speranza, sempre a rischio naufragio, disperazione, cannibalismo.

Probabilmente Milano offre una perfetta rappresentazione, in salsa italiana, dell’Occidente postindustriale, quello a cui trema la terra sotto i piedi dopo le crisi a raffica che scuotono le borse di tutto il mondo dall’ormai lontano 2008.

Milano è un bel punto angolare da cui guardare l’Occidente, e nelle persone che vi vivono, l’occhio attento sa trovare tracce di realtà contemporanea, verità mostruose e illuminanti.

Qui non ci vuole niente a venire fatti a fette dallo logica aziendale, dipende le situazioni che ti trovi a vivere, inconsciamente, profondamente, il rischio grande è quello di subire – piano piano, graduale graduale – quel sottilissimo subdolo lavaggio del cervello che ti scarnifica della tua umanità, che può stracciare orribilmente tutte le vesti migliori e pregiate dalla tua persona.

Gente per cui il bene dell’azienda diventa l’obiettivo unico della vita, forzato e inculcato da decine e decine di riunioni motivazionali, meeting, faccia a faccia, messaggi subliminali. Gente pagata quattrocento euro al mese, che viene da anni e anni di frustranti stage, illusi da un lontanissimo sol dell’avvenire, che dimentica di vivere e viene scossa – pian piano, graduale graduale – da quelle tracce di realtà contemporanea, quelle verità mostruose e illuminanti che sono le crisi di panico, l’ansia, l’angoscia priva di contenuto, la depressione strisciante, la paura, la paura che rosica dall’interno – come tanti sorci zannuti che ti divorano con gusto – questa nostra sballottata incasinata disperata generazione.

Il giovane d’oggi, soprattutto quello laureato e in cerca di lavoro, rischia ogni attimo di venire definitivamente fottuto dalla spersonalizzazione, da qualche tremendo Lavaggio Del Cervello. Rischia di diventare disumano, in altre parole, di immiserirsi definitivamente, di perdersi nel mare magnum del Raggiungimento dell’Obiettivo. Del successo a tutti i costi.

In quest’epoca di iperspecializzazione e disoccupazione intellettuale a manetta, di università sfornalaureati e mercato del lavoro che si lecca le labbra per tanta carne da macellare, il rischio della disumanità è alle stelle.

Cos’è l’Umano? L’Umano è l’assoluto, l’Uomo nel suo nocciolo, unico e irripetibile, il sé stesso, l’io profondo.
Una vita bella è quando l’Umano viene curato, nutrito e alimentato.
Una vita brutta è quando l’Umano viene perso di vista.
E capita, capita sempre più spesso.

Il Mercato Del Lavoro, per tante persone, specie i più giovani e necessariamente sprovveduti, il Mercato Del Lavoro può diventare l’unico ambiente di vita, l’unico sugo esistenziale in cui la vita si sviluppa e viene caricata di senso.

Una cosa del genere, per l’Umanità delle persone, è un danno irreparabile.

Il Mercato del Lavoro si basa sul relativo, sul paragone con gli altri, e dunque sugli etichettamenti, sulle deformazioni, sulle schematizzazioni. Vivendo sempre paragonandosi agli altri, sempre nella dimensione del relativo, si perde di vista la propria Umanità.
Se non si vive il Mercato Del Lavoro, nel quale praticamente tutti siamo coinvolti, se non si vive con la giusta contestualizzazione, con la giusta onestà intellettuale, con la giusta sacrosanta smaliziatezza, se non ci si tiene forte alla propria Umanità, allora beh, siamo proprio fottuti.

La situazione attuale è soltanto l’estremizzazione, l’ultima fase del capitalismo occidentale, della società dei consumi e ste robe qua. Lumi si trovano negli scritti dei pensatori della Scuola di Francoforte, di cui negli ultimi tempi ho letto un po’ di Eric Fromm. Schematismi tardo freudiani e tardo marxismi, al solito, ragionamenti da prendere con le molle e certo non come una Bibbia, ma ogni tanto – molto ogni tanto, a dire il vero – qualche idea illuminante si trova.

Il carattere mercantile della personalità

 …esso si basa sull’esperienza di se stesso come una merce e del proprio valore, non già come di un “valore d’uso”, bensì come di un “valore di scambio”.
L’essere vivente diventa una merce esibita sul “mercato delle personalità”. Il principio di valutazione è lo stesso, sia sul mercato delle personalità sia sul mercato delle merci: sull’uno, a essere offerti in vendita sono personalità; sull’altro, merci. In ambedue i casi, il valore è il loro valore di scambio, del quale il “valore d’uso” è una condizione necessaria ma non sufficiente.

Benchè la proporzione di abilità e qualità umane da un lato e di personalità dall’altro come prerequisiti del successo sia variabile, il “fattore personalità” gioca sempre un ruolo decisivo. In altre parole, il successo dipende in larga misura dall’efficacia con cui gli individui vendono se stessi sul mercato, con cui riescono ad imporre la propria “personalità”, dalla misura in cui sono una bella “confezione”; dal fatto che siano “cordiali”, “solidi”, “aggressivi”, “attendibili”, “ambiziosi”; inoltre, dalla loro origine familiare, dall’appartenenza a questo o a quel circolo o associazione, dalla conoscenza o meno delle persone “giuste”. Il tipo di personalità richiesto dipende, entro certi limiti, dal campo particolare in cui un individuo può scegliere di lavorare. Un agente di cambio, un venditore, una segretaria, un dirigente delle ferrovie, un professore universitario, un direttore d’albergo devono volta a volta offrire un tipo di personalità diverso che, indipendentemente dalle differenze tra l’una e l’altra, deve rispondere sempre ad una condizione: essere richiesto.

A determinare l’atteggiamento del singolo verso se stesso è il fatto che l’abilità e il bagaglio atto all’esecuzione di una particolare mansione non sono sufficienti: bisogna anche essere capaci di vincere nella gara con gli altri se si vuole avere successo. Se, per guadagnarsi da vivere, fosse sufficiente basarsi su quello che si sa o si è in grado di fare, la stima di sé sarebbe proporzionale alle proprie capacità, in altre parole al proprio valore d’uso; ma, dal momento che il successo dipende in larga misura da come l’individuo vende la propria personalità, egli sperimenterà se stesso come una merce o, meglio, insieme quale venditore e merce offerta in vendita. Accade così che l’individuo non si preoccupi tanto della propria vita e felicità, quanto della sua capacità di risultare vendibile.

La finalità del carattere mercantile è il completo adattamento, in modo da apparire desiderabile in tutte le situazioni del mercato delle personalità. E le personalità del carattere mercantile neppure hanno un io (come pure l’avevano gli individui del XIX secolo) al quale aggrapparsi, che appartenga loro, che sia immutabile, perchè devono continuamente a mutare il proprio io in obbedienza al principio: “Io sono come voi mi desiderate”.

Coloro che sono dotati di struttura caratteriale mercantile sono privi di mete che non siano quelle dell’agire, del fare questo o quello con la massima efficienza; qualora si chieda loro perchè si muovono così in fretta, perchè le cose debbano essere fatte con la massima efficienza, non sono in grado di dare una risposta sincera, ma soltanto di offrire razionalizzazioni, come per esempio, “allo scopo di creare altri posti di lavoro” oppure “per fare in modo che l’azienda prosperi”. Costoro hanno scarso interesse (almeno a livello conscio) per questioni filosofiche o religiose, quali per esempio perchè si vive e perchè si procede in una direzione anziché in un’altra; hanno il loro io, grande e in continuo mutamento, ma nessuno di loro ha un sé, un nucleo, un sentimento di identità. La “crisi di identità”, nella società moderna è in realtà prodotta dal fatto che i suoi membri sono divenuti strumenti privi di sé, la cui identità riposa sulla loro partecipazione alle aziende (o ad altre enormi burocrazie). Dove non si abbia un sé autentico, non può esservi identità.

Il carattere mercantile non conosce né amore né odio: queste sono emozioni “vecchio stampo” non integrabili in una struttura caratteriale che funziona quasi esclusivamente a livello intellettuale, evitando i sentimenti, buoni o cattivi che siano, perchè questi interferirebbero con lo scopo principale dei caratteri mercantili, vale a dire la vendita e lo scambio o, per usare un termine ancora più preciso, il funzionamento secondo la logica della “megamacchina” di cui sono parte, senza che pongano altre domande che non siano quelle dell’efficacia del loro funzionamento, comprovata dalla loro carriera in seno alla burocrazia

…la meta del carattere mercantile, vale a dire l’adeguato funzionamento nelle circostanze volta per volta date, fa si che esso risponda al mondo soprattutto in maniera cerebrale…

…è stato proprio uno scienziato del calibro di Charles Darwin a dimostrare le conseguenze e i risultati di un intelletto puramente scientifico, alienato. Nella sua autobiografia, Darwin scrive che, fino ai trent’anni, era stato un grande amatore della musica, della poesia e della pittura, ma che poi, per molti anni, perdette ogni gusto e ogni interesse per tali manifestazioni: “La mia mente sembra essere diventata una sorta di macchina che macina le leggi generali da un’enorme raccolta di dati di fatto…La perdita di tali interessi costituisce una perdita di felicità , e non è escluso che possa risultare lesiva per l’intelletto, e più probabilmente ancora per il carattere morale, perchè indebolisce il risvolto emozionale della nostra natura”.

Il processo qui descritto da Darwin è continuato, da allora a oggi, a ritmo assai rapido, e ormai la scissione di ragione e cuore è quasi completa. È degno di particolare interesse il fatto che tale deterioramento della ragione non si sia verificato nella maggioranza dei ricercatori di punta impegnati nelle scienze più ardue e rivoluzionarie (per esempio, nella fisica teorica), e che costoro siano stati e siano individui profondamente interessati a problemi filosofici e spirituali; mi riferisco a uomini come Albert Einsten, Niels Bohr, Leo Szillard, Werner Heisemberg ed Erwin Schrodinger..

La supremazia dell’attività mentale cerebrale va di pari passo con un’atrofia della vita emozionale. Dal momento che questa non viene coltivata né se ne ha bisogno, ma costituisce piuttosto un ostacolo al funzionamento ottimale, essa è rimasta sottosviluppata, non è mai riuscita a raggiungere il livello di maturità superiore a quello infantile. Ne deriva che i caratteri mercantili sono particolarmente ingenui per quanto attiene i problemi emozionali…

…Il termine “carattere mercantile” non è l’unico che sia atto a descrivere la tipologia in questione: si può far ricorso anche a un termine di ascendenza marxiana, quello di carattere alienato; coloro che rispondono a questo carattere sono alienati al proprio lavoro, a se stessi, ad altri essere umani, alla natura. In senso psichiatrico, la personalità mercantile potrebbe definirsi “carattere schizoide”, ma il e ciò schizoide che vive con altri individui schizoidi, cavandosela benissimo e conoscendo il successo, e ciò perchè ignora completamente quel sentimento di disagio che proverebbe in un ambiente più “normale”.

“Essere e Avere”, Eric Fromm, 1977

Categories: Amenità
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.