Henry Miller!
Henry Miller! All’estremità più estremamente estrema del paradosso arte/vita ci sta lui, pazzo scatenato newyorkese, scrittore/nonscrittore, grafomane strabordante, letterato assolutamente illogico e Santone dell’Inaudito.
Animalesco, virile, di una vitalità parossistica, cocciuto fino ai limiti della maniacalità, Henry Miller può apparire assolutamente indigesto come uomo, assolutamente illeggibile come scrittore. La sua opera è un torrente di esperienze e riflessioni, le sue esperienze e riflessioni, col protagonista dei suoi libri che ha sempre lo stesso nome: Henry Miller.
Nel torrente, per chi ha il fegato di buttarsi a capofitto, non si trova Letteratura, non storie, trame, inizi, finali, svolgimenti, scioglimenti, trucchetti del mestiere. Per niente. Si trova invece Vita, vita che pulsa, carne e sangue. Senza soluzione di continuità, spesso senza neanche il lusso di una qualche forma. Nascisistico fino alla nausea, solipsistico in modo inquietante, esaltato e privo di inibizioni e vergogne, il suo è il modo più scandaloso di fare Arte. Un’Arte che – per chi ha il fegato, la pazienza e la sopportazione di buttarsi a capofitto nel torrente – a volte dona quelle illuminazioni grandiose che soltanto la Vera Vita può donare.
L’arte di Henry Miller è nuda – o almeno la sua idea di arte – come è nudo un pazzo che si straccia le vesti e declama al mondo tutti i suoi istinti, le sue ossessioni. Senza più nessun calcolo, reputazione, decoro. È nuda non nella semplicità – è mai esistita la semplicità? – ma nel tormentoso groviglio esistenziale di ogni essere umano. Senza maschere e difese e sofismi e alibi e giustificazioni e pose. Ogni convenzione strappata via a forza di morsi, la nuda pelle esposta al sole, con tutta la sua bellezza e tutta la sua bruttezza.
L’unione tra Henry Miller e l’Arte è un percorso di denudamento. Una vita assurda, la sua, che soltanto in virtù della sua assurdità è riuscita a partorire Arte. Tanti matrimoni, figli disseminati qua e là, tragicomiche difficoltà economiche, ambizioni immense, sesso e turpitudine, strazianti triangoli amorosi, passioni tremende per Bellezze Incarnate, poi ecco che l’Arte arriva, in una forma compiuta, proprio nel momento e nel luogo in cui Henry Miller è più che mai Carne Esposta Al Vento, totalmente Nudo e orgoglioso di esserlo. A Parigi, la Parigi degli anni ’30, dove si trasferisce senza soldi né niente, vivendo di stenti e rivorticando ancor di più la sua già vorticosissima vita. Qui partorisce Tropico del Cancro, il suo capolavoro scriteriato che – dopo un lunghissimo percorso – gli portò fama mondiale.
Tornato in America, la sua vita non finì di essere vorticosa, e la sua nudità, che solo raramente tornava ad essere celata, non gli provocò ferite mortali. I salti nel vuoto, in abissi disseminati di lame aguzze, non gli scheggiarono a morte la carne. Miller non morì in un manicomio. Non impazzì a Torino piangendo e abbracciando un cavallo, come il suo idolo Nietzsche. Tutt’altro. Miller visse a lungo, in buona salute, grande e robusto, capace fino alla fine di desideri intensi e passioni lancinanti. Morì a 89 anni, dopo che nella vecchiaia era riuscito a sposarsi altre due volte, a desiderare perdutamente, a innamorarsi – ancora una volta, fino all’ultima volta – follemente.
La Vita
Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo.
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Penso a quando il grande silenzio scenderà su tutto e dappertutto; allora infine trionferà la musica. E quando tutto si sarà ritratto in grembo al tempo, tornerà il caos, e il caos è la partitura su cui è scritta la realtà.
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Per settimane e mesi, per anni, anzi per tutta la vita, io avevo atteso che qualcosa succedesse, un evento estrinseco che alterasse la mia vita, ed ora all’improvviso, ispirato dall’assoluta disperazione di ogni cosa, mi sentii sollevato, mi sentii come se mi avessero tolto dalle spalle un gran peso (…) Mentre m’incamminavo verso Montparnasse decisi di lasciarmi andare alla corrente, di non fare la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che mi era accaduto finora era bastato a distruggermi. Nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto, il mondo era intatto. Domani poteva anche esserci la rivoluzione, l’epidemia, il terremoto; domani poteva non restare viva un’anima a cui volgersi per compassione, per aiuto, per fede. A me sembrava che la grande calamità già si fosse manifestata, che io non potessi essere più veramente solo che in quel preciso momento. Decisi che non mi sarei tenuto a nulla, che non avrei atteso nulla, che d’ora in poi avrei vissuto come un animale, una bestia da preda, un pirata, un predone.
Anche se dichiarassero la guerra e toccasse a me d’andare, io afferrerei la baionetta per affondarla, affondarla fino all’elsa. E se stupro fosse ordinato, io stuprato avrei, per vendetta. (…)
La marcia incessante della storia aveva mai alterato, vitalmente alterato, un elemento solo della natura dell’uomo? (…)
Bisogna rientrare nella tana della vita mettendo su carne; l’anima ha sete. Su qualunque crosta mi si fermi l’occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare. Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale.
Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di salvare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c’è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all’indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi sono staccato è un serraglio Erompe l’alba su un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado ad ingrassarmi.***
Forse siamo condannati, non c’è speranza per noi, , per nessuno di noi, ma se è così lanciamo un ultimo grido di agonia e di sangue raggumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei.! Che il morto mangi il morto! E noi vivi danziamo sull’orlo del cratere, un’ultima danza di morte. Ma che sia una danza!
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“Amo tutto ciò che scorre”, disse il grande Milton cieco dei nostri tempi. (…) Si, anch’io amo tutto ciò che scorre: fiumi, fogne, lava, sperma, sangue, bila, parole, frasi. Amo il liquido amniotico quando sprizza dal suo sacco. (…)
Amo tutto ciò che scorre, tutto ciò che ha in sé tempo e divenire, che ci riporta al principio dove non c’è mai fine (…) tutto ciò che è fuso, fluido, dissoluto e dissolvente, tutto il pus e il sudiciume che scorrendo si purifica, che perde il suo senso originario, che fa il grande circuito verso la morte e la dissoluzione. Il grande desiderio incestuoso è scorrere all’unisono col tempo, sprofondare nella grande immagine dell’aldilà che è l‘hit e nunc. Un desiderio fatuo, suicida, costipato di parole e paralizzato dal pensiero.L’Arte
Cose, certe cose dei miei vecchi idoli mi fan salire le lacrime agli occhi: le interruzioni, il disordine, la violenza soprattutto, l’odio che hanno destato. Quando io penso alle loro deformità, allo stile mostruoso che han scelto, alla flatulenza e alla noia nelle loro opere, a tutto il caos e la confusione in cui hanno sguazzato, agli ostacoli che si sono accumulati intorno, provo un’esaltazione. Tutti si sono voltati nel loro sterco. Tutti quelli che troppo hanno elaborato. Tanto vero che quasi vorrei dire: “Mostratemi un uomo che troppo ha elaborato e io vi mostrerò un grand’uomo!”. Quel che si dice la loro eccessiva elaborazione è carne mia: è segno della lotta, è la lotta medesima con tutte le fibre che vi si attaccano, l’aura, l’atmosfera stessa dello spirito discorde. E quando mi mostrate un uomo che vi esprime perfettamente, io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae…Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che sono morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi.
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…La razza degli artisti che, stimolati da impulsi ignoti, prendono la massa inanimata dell’umanità e con la febbre e il fermento di cui la ricolmano si muta questa pasta molle in pane e il pane in vino e il vino in canto. Dal letame morto, e dalla scoria inerte essi generano un canto che contamina. Vedo quest’altra razza d’individui che rovistano l’universo, capovolgendo ogni cosa, coi piedi che sempre si muovono nel sangue e nelle lacrime, le mani sempre vuote, sempre tese ad afferrare quello che c’è oltre, il bene lontano; trucidano tutto quello che raggiungono per quietare il mostro che rode loro gli organi vitali. Vedo che quando si strappano i capelli nello sforzo di comprendere, di afferrare questo eterno inattingibile, vedo che quando muggiscono come bestie impazzite, e stracciano, e trafiggono, vedo che questo è giusto, che non c’è altra strada da seguire. L’uomo che appartiene alla sua razza deve levarsi in alto luogo con una litania sulle labbra e squarciarsi le interiora. È giusto ed equo, perchè egli deve. E tutto ciò che non sia questo tremendo spettacolo, tutto quello che sia meno tremendo, meno terribile, meno pazzo, meno avvelenato, meno contaminato, non è arte. È artifizio.Tropico del cancro, 1934
