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Marco Fantesca I

Biglietto di sola andata

Sussultava Chiara, sussultava avvinghiandosi stretta al suo respiro che cresceva di tono piano piano piano, che si ingrossava lento come un mare smosso da una tempesta sott’acqua. Ribolliva, Chiara, da dentro, da sotto, e il suo respiro era il fischio della pentola a pressione, la pressione che saliva, il suo corpo che si ingrandiva, espandendosi all’infinito, diventando l’infinito, l’oceano nel quale Marco si avvinghiava, forzandosi ad imprimere al proprio corpo quella stessa febbrile lentezza paradisiaca della quale ancora non aveva le chiavi.
Le chiavi di Chiara, ancora lontane, ma così splendenti e suggestive che Marco tendeva la mano e prima o poi le avrebbe sfiorate, oh si, sicuro che le avrebbe un giorno almeno sfiorate, anche a costo di slogarsi il polso e tutte le giunture, anche a costo di dilaniarsi, sfaldarsi, morire di felicità.
Il loro amore era continuo e progressivo, non c’erano strappi, discrepanze, nessuna frattura. Il loro vortico cominciava sempre dalle impalpabili increspature sull’acqua che pian piano, piano piano, si muovevano in onde, ondate, robuste fluttuazione, maremoti. Ma sempre pian piano, sempre piano piano pianissimo. Marco sfiorava il collo di lei, e cercava la sua superficie con la propria superficie, con gli occhi sgranati e assorti, cercando il contatto minimo, il più minimo possibile, il tocco più sottile più aleatorio più eccitante possibile tra le loro epidermidi.
Chiara intesseva disinvolta la sua ragnatela di respiri e sospiri, sempre più vibranti, sempre più infuocati, finchè il suo fiato caldo e dolce diventava musica maestosa, un concerto di settantamila musicisti guidati da Dio in persona, che riempiva l’infinito della sua rovente, sudata, perfettissima, sinfonia.
“Così vorrei morire, così vorrei vivere, tesoro mio”. La voce era bassa e bagnata, si inoltrava nel cervello piano piano – come tutto, in quella notte – vi penetrava come una bolla di sapone dentro un’altra, liquida, soffice, niente strappi, discrepanze, nessuna frattura, e passarono pochi secondi appena che entrambi dimenticarono chi era stato a parlare. Chi era stato, si chiesero entrambi in silenzio, ridendo e guardandosi negli occhi e abbracciandosi con la mente, quasi immobili, in silenzio. L’ho detto io o invece è stata lei? L’ho detto io o invece è stato lui? Non importa, o mio splendente angelo caduto tra le mie braccia, che cerca elegantemente di affondare nel mio mare picchiando voluttuosamente su tutti i miei iceberg. Non importa, diamine. Così vorrei morire, così vorrei vivere, tesoro mio. E le mani presero a correre più forte per l’altrui dorso, e le epidermidi si incollarono più saldamente e la sinfonia assunse una forza ancora più salda e possente, un uragano infuocato e inarrestabile che mulina col suo personalissimo tempo.

Tempo che si allentò soltanto dopo i picchi e gli strapiombi e le accelerate rapide e i moti perpetui, e si allentò e tornò molle soffice sudato, un solo immenso odore palpitante che si riversava sull’esistenza, e abbracciati a mordicchiarsi ancora mollemente, e Marco, tesoro, dammi un pezzettino di te, uno qualunque. Qua, per esempio, un pezzettino di collo, me lo metto in borsa e me lo bacio quando ne ho voglia. Posso? Posso? Dio benedica quel biglietto di sola andata, Marco indugiò sulle sue braccia morbide, su un seno, su un fianco, poi sulla schiena e poi su, un bel morso in mezzo alle scapole grazie a cui potè godere del miracolo straordinario e inaspettato, che gli riempì gli occhi di un’allegria freschissima, che lo rinvigorì di un’energia frizzante, formicolante, creata sul momento, un bel morso in mezzo alle scapole grazie cui potè godere del miracolo straordinario di una gocciolina di sudore, trasparente e fresca come rugiada, una gocciolina di sudore, dio che meraviglia, una gocciolina di sudore sopravvissuta al ventre delle lenzuola.

Dio benedica quel biglietto di sola andata, quella pazza cosa senza criterio, quell’usufrutto di disperazione, e la lingua di Marco sulla morbidezza paurosa delle sue cosce, mai avvicinarsi troppo al sole, Dedalo e Icaro, morsetto e lingua, sentire l’odore e il calore, sudore di un altro tipo, succo di paradiso, mai avvicinarsi troppo al sole che la cera si scioglie e cadi giù, cadi giù come Icaro che si avvicinò troppo al sole e cadde giù, e Dedalo gliel’aveva detto, e Marco la lingua di Marco a ripassare su quelle linee appena rilassate dopo i sobbalzi orgasmatici, le scosse di terremoto, la terra che si apre ed esplode della sua schiuma incendiata, e spalanca i suoi antri nascosti che esalano vapori ignoti e impauriti di quella propria eccessiva intimità.
Dio benedica quel biglietto di sola andata, quella pazza cosa senza criterio, quell’usufrutto di disperazione colpevole, oh Marco si, colpevole, verdetto inoppugnabile, nessuna cassazione per la tua colpa e tuo padre e tua madre vittime inconsapevoli che neanche conoscono processo, perchè loro inconsapevoli e tu consapevole colpevole, tua madre malata, sempre malata, con quel cancro che avanza piano piano come un esercito di pazientissime termiti, e ancora, in questo preciso momento, mentre tu Marco, oh dannato condannato colpevolissimo Marco, lecchi l’internocoscia dello splendore fatto carne, quelle carni bianche grondanti piacere, quella femmina infinita, ancora, in questo preciso momento, un esercito di pazientissime termiti se la stanno pazientemente crudelmente inesorabilmente mangiucchiando, stanno mangiucchiando piano piano quella femmina infinita che è tua madre, e tuo padre così piccolo, così sudditante, così Pulcinella mezzo scemo, omuncolo canuto in pensione presto, tutto grazie e ringrazio, che quella sera lo colpì per quel suo alito acido, quella sua bocca troppo vicina alla sua faccia e quel fiato acido che non aveva mai sentito, fegato marcio, occhi giallastri, uova marce. Suo padre che gli parla troppo vicino, che compie una spettacolare, efficacissima (involontaria?) acrobazia di prossemica e gli si mette vicino, vicino come non mai e quasi gli urla addosso con la faccia del questuante, l’entusiasmo disperato del senzatetto che protesta, l’allegria automatica dello straccione che chiede un pezzo di pane, l’energia strabordante dell’elemosina. “Non puoi non andarci non puoi non andarci non puoi non andarci!” e gli si avvicina sempre di più, sventolandogli sotto il naso quel mantra di negazioni. Non puoi non andarci, figlio mio adorato, non puoi non andarci stasera, è importantissimo. Vacci vacci vacci. “È un’opportunità grossissima, figlio mio, finiscila di fare il difficile. Non lo capisci che certe occasioni non si possono mancare? Certo, non c’è niente di sicuro. Non mi ha dato niente di sicuro, ma
bisogna provarci! Bisogna cogliere tutte le occasioni come queste!”.

Offuscato dalle parole del padre, insozzato da quelle uova marce, Marco annuiva con la sua solita faccia da saputello snob, adolescente difficile, irrecuperabile testainaria, ribelle senza sbocco. “Figlio mio, quando la finirai di essere così? Quando capirai che bisogna calare la testa, bisogna correre, bisogna chiedere, chiedere, sempre chiedere? Secondo te come ho fatto io a campare la famiglia? A pagarti il mangiare, i vestiti, gli studi? A farmi questa casa? A fare il possibile per rendere felice tua madre? A pagarle tutte le cure possibili?”. Caro figlio mio, che domande, lo sai, lo sai perfino tu! Sono riuscito a tirare avanti chiedendo chiedendo chiedendo, e sempre, in qualunque caso, ringraziando ringraziando ringraziando, facendo il carino, leccando il culo alla gente che conta, che poi, non si sa mai, sempre tenersi buona la gente che conta, tenersela vicino, perchè non si sa mai, e nel mucchio delle richieste, qualcuno che ti aiuta, qualcuno che ti fa il favore lo trovi. Come ho fatto a tirare avanti, mio unico figliolo luce dei miei occhi mio adorato? Muratore in nero e quattro mesi all’anno nella Guardia Forestale, grazie a quell’Onorevole del paese vicino che ho conosciuto durante alcuni lavori, quel pezzo grosso della Democrazia Cristiana che Sant’Uomo si è ricordato di me e mi ha messo nella lista e via per le colline siciliane a non fare un cazzo con la divisa della Forestale addosso, e ogni anno erano un sacco di soldi, e poi il lavoro a nero, niente da dichiarare, e così potevo prendere l’indennità di disoccupazione, e non mi poteva finire meglio, caro figlio mio allevato nella bambagia del mio amore, che non ti è mai mancato niente, e tutto apposto, e ci siamo fatti il mutuo, e una bella casa, con due balconi e luce dovunque, e tu hai avuto cibo, vestiti, andavi a scuola. E siamo una famiglia felice, e non siamo mai stati male. Tutto per questo! Tutto per questo! Capisci, ragazzo mio? Io alla tua età già avevo da parte i bei soldini! Capisci ragazzo mio? Quando ti si rammollirà quella tua dannata testa? Quand’è che capirai? Ho sessant’anni e sono già in pensione, da un pezzo, e ogni mese faccio la fila alle poste e lo Stato mi versa i soldi e io prendo quelle carte in mano, frusciante denaro, benedizione di Dio, caldo tampone per le ferite della vita, prendo quelle carte in mano e ancora non mi par vero, non mi par vero che arrivano soldi senza che io debba sudare, sporcarmi, martellare, scavare, rompere mattoni, stare ore e ore inginocchiato tra la polvere. È la felicità, figlio mio, capisci? È la felicita, questa, e alla felicità ci sono arrivato chiedendo chiedendo chiedendo!Cosa aspetti tu, porca miseria? Cosa aspetti tu maledetto bastardo figlio dei miei lombi, corrotto in nonsoqualemomento della tua vita, corrotto irrimediabilmente schifosamente, essere ributtante, lurido mostro prodotto dal mio seme che hai lasciato per strada qualcosa di fondamentale. La dignità! La realtà! L’intelligenza del mondo che sta fuori quella tua cazzo di testa che tu agiti adesso con fare così altezzoso ignavo spocchioso. Come se fossi un grand’uomo che può permettersi di non calare la testa per campare. Ma chi cazzo ti credi di essere? Maledetto figlio di puttana!

E ora, figlio mio, un’occasione così, ti dicevo, non puoi non afferrarla al volo. Ho parlato con l’Onorevole, me l’ha presentato un mio collega, ci siamo presi un caffè al bar, abbiamo cominciato a parlare e parlare e, parlando parlando, abbiamo scoperto di essere mezzi cugini. La zia Teresa, quella che è morta l’anno scorso, la sorella di mia madre, è cugina di sua madre. Capisci? Siamo parenti, sangue di sangue, nessuna parentela acquisita, capisci? Lui era contento di questa scoperta, mi ha offerto un’arancina, abbiamo cominciato a parlare di parenti comuni, si è scusato tanto quando doveva andare. Mi ha lasciato il suo numero e mi ha invitato alla bicchierata di stasera. Poi io ieri l’ho chiamato, ci siamo visti, un altro caffè, offre sempre lui, gli ho parlato di te, gli ho detto come sei combinato, lui si è acceso. Capisci? Si è intenerito. Ha detto che uno in gamba come te è sbagliato che sia disoccupato, mi ha parlato di una cosa…di una cosa…”.

Si era allontanato, finalmente, uova marce più lontane, più sopportabili. Più parlava, più cercava di assumere un’aria più svagata, più conciliante, più positiva possibile. Ma il suo talento da motivatore era pressocchè nullo, mentre il bianco dei suoi occhi, che si aggrottava in un giallastro sudicio, tradiva tutto il malanimo che covava dietro quella maschera maldestramente appuntata. Intanto Marco cominciò ad osservarlo, prendendolo e posizionandolo in un ambiente medievale, o rinascimentale, o roba così. Prendeva la sua figura, lo vestiva di abiti smunti e lo posizionava in una corte medievale, o rinascimentale, o roba così. Lo vedeva piccolo piccolo, sempre più piccolo, più umile, più servile. Un servetto, ma non di quelli furbi. Un servetto che veniva umiliato dagli sberletti di tutti gli altri servetti. Un qualcosa di insignificante, di cui tutti si dimenticavano il nome, se non l’esistenza. Pulcinella mezzo scemo. Un’ombra di una vergogna. Suo padre.
“Mi ha parlato di una cosa, una cosa importante che dice che ancora non la sa quasi nessuno. Dice che una cosa così, per un giovane come te, sarebbe la perfezione. Dice che lui non lo fa per i voti, o per altro, ma solo per amicizia, per affetto verso di me e la mia famiglia e per un sincero interesse per il tuo futuro. Dice che stasera alla bicchierata ti vuole vedere e vuole farti un discorsetto di quelli giusti. Dice che c’è la possibilità di
infilarti, ma infilarti bene, con un bel contratto, in un posto di quelli giusti. Capisci? Un bel lavoro d’ufficio, scrivania, telefono, aria condizionata. Capisci? Il partito è stato chiaro con lui. Al massimo lui ne può infilare tre, della provincia. Tutti gli altri posti sono già assegnati, ci sono già altri Onorevoli con i loro ragazzi, e questo favore che ti vuole fare è una cosa importantissima. Non me l’ha dato come sicuro al cento per cento, perchè è uno onesto, è uno giusto, dice che non vuole farmi facili promesse, dice che ci sono margini, dice che ci sono sempre eventualità, ma dice che se ora viene eletto le possibilità che la cosa vada in porto sono molto alte. Mi ha fatto capire che è quasi sicuro, e che vuole solo vederti, ma già sa che sei figlio mio, quindi problemi non c’è ne.
Mi ha spiegato pure la cosa, anche se non te la so spiegare uguale. Dice che questi sono soldi dell’Europa che stanno arrivando in Sicilia, un sacco di soldi che ci fanno un sacco di posti di lavoro, ma lavori d’ufficio, lavori giusti, con la scrivania, il telefono e l’aria condizionata. Dice che c’è il bando, il finanziamento, la graduatoria, che insomma c’è un sacco di gente che fa le domandine per
sistemarsi con un posto del genere, ma tanto sono tutte cazzate e chi viene infilato, chi insomma finirà sistemato, lo decidono gli Onorevoli. Insomma, io non so spiegartelo per come me lo ha spiegato lui, ma mi ha fatto capire che è una cosa grossa. E praticamente quasi sicura.
Capisci, figlio mio? Perchè fai quella faccia? Il bello è che lo sai, lo sai che ogni tanto succede ancora. Che certo, non è come ai miei tempi, quando
infilavano un sacco di persone, e i politici se ti volevano fare un favore stai sicuro che te lo facevano. Certo, ora è un po’ diverso, ora ne infilano di meno, perchè dicono che c’è crisi, e che cazzo ne so, però lo sai anche tu che ogni tanto succede ancora, succede davvero che riescono a infilare ogni tanto qualche giovane senza lavoro. E, una volta infilato, figlio mio, una volta infilato, ti puoi davvero sistemare. Sono lavori tutti in regola, ci sono i sindacati, appena hai un problema, alzi il telefono, chiami i sindacati e quelli fanno bordello per te. E nessuno ti tocca. E potrai finalmente cominciare a pensare al tuo futuro. E sarebbe proprio ora, figlio mio! Potrai finalmente finirla di dire che te ne devi partire, che devi andare al nord, in Francia, in America o in qualche posto in culo al mondo. Ci pensi? Mi faresti felice! Mi faresti felice perchè saresti felice! Saresti bello sistemato, saresti felice!”.

Chissà perchè, Marco non fece le sue solite scenate. Disse di si. Si Paparino, stasera ci vado, parlerò con il nostro mezzo cugino Onorevole, farò con lui il discorsetto di quelli giusti, farò il carino, gli leccherò il culo per benino. Certo Paparino, un’occasione del genere non ce la possiamo far scappare. Me ne pentirò a vita, altrimenti. Saranno dolori e rimorsi eterni se stasera non mi farò abbracciare dall’Onorevole mezzo cugino nostro, se non bacerò le sue guance, se non mi avvicinerò tanto a lui da sentire la sua acqua di colonia. Certo Paparino, faccio tutto quello che dici. Hai ragione tu, sono io quello immaturo. Sono io quello che finora è stato sbagliato. Ma ora cambio, Paparino mio adorato. Stasera mi metto la camicia e ci vado. Sarò felice. Verrò infilato. Sarò sistemato. Sarò felice. Farò felice te e la mamma.

Suo padre, davanti a tanta ragionevolezza, quasi crollò sulla sedia. Quando Marco uscì da casa, Pulcinella mezzo scemo festeggiò stappando una bottiglia di vino ladrescamente sottratta dalle cantine del re. E sua moglie pianse di gioia, dal fondo del suo cancro in stato avanzato, piena di rinnovata speranza per la sorte dell’amato figliolo.

Campagna elettorale

Biccherata sto cazzo. Quello era un vero e proprio banchetto. Banchetto un po’ alla buona, certo, perchè si stava sempre nel paesello buco di culo di cinquemila anime e certo, ai paesani non piacciono certo le cose troppo chic, però diamine, c’era il ben di Dio, su quei tavoli. Tutto era stato adibito alla perfezione. Una perfetta riproposizione dell’Albero della Cuccugna. Stessi umori, stesse facce fameliche, stessa ingordigia da naufragi. Lì dentro era tutto un ruminare di mascelle, uno sbattacchiare di pappagorge, uno strabordare di panze e corpi mollacchi. Attorno ai tavoli del buffet, tovaglie a quadrettoni rossi come a riproporre chissà quale sagra rustica, attorno ai tavoli del buffet gli avventori erano perlopiù gente bruttissima e oscenamente grassa, dal colorito malarico e dalle pesanti occhiaie intartarate di ottusa furbizia e bieco rancore. Quasi tutti erano del tipo umano malaticcio. Flaccido, grosso e malaticcio. Molti si avvicinavano al mito dello straccione obeso, quello che ogni giorno s’ingozza di merce scadente rigorosamente sottomarca, inferni di coloranti, conservanti e grassi saturi. Animali da superdiscount, arrampicatori di scaffali inumani, schiavi del carrello carico di schifezze, disperati divoratori di immonde merendine, salumi, paste, lardi, cioccolatini grondanti tossine e grassi residui di Occidente alla deriva.
Marco affilava annoiato le sue armi da salutista, lui che di solito mangiava più schifezze di tutti. Intanto conversava con lo squallore fatto persona. Un trentenne emaciato, alto e magro come un palo in disuso, patetiche stempiature, occhiali spessi e sporchi, acne rivoltante. Argomenti di conversazione, sempre gli stessi. La Sicilia posto di merda, il lavoro che non c’è, le femmine che non te la danno e gli ettolitri di bile verde che inondano gli animi dei Poveri Sperduti Desolati Giovani Contemporanei. Una paranoia.
“Sai che è? – sbotta infine Marco – è che tutto questo benessere, tutti questi vizi, tutti questi capricci, tutte queste comodità che mammina finora non ci ha mai fatto mancare, adesso ci si stanno rivoltando contro. Perchè è innaturale tutto sto benessere, è innaturale tutto questo. E la natura si rivolta, come per gli uragani, le grandi catastrofi e tutte queste belle cose che fanno crollare le Incrollabili Costruzioni del Genere Umano. E credimi, ti dico io, credimi che in fondo ce lo meritiamo”. Marco sentì chiaramente la colonna sonora dei suoi personalissimi Discorsi Molto Intelligenti. Ma il tizio dalla faccia butterata non la prese benissimo. Roteò gli occhi, chissàperchè sembrava abbastanza offeso. E corse dunque verso i tavoli del buffet, per rimpinzarsi anche lui.

Nella sala ampia e spaziosa del ristorante di Gino, anche lui un mezzo cugino dell’Onorevole, ma che non c’entrava niente con la famiglia di Marco, in quella sala ampia e spaziosa i robusti tavoli del buffet quasi vacillavano sotto l’assedio, i disperati colpi di ariete di quella torma di uomini in giacca e cravatta, tutti vistosamente a disagio nell’abbigliamento che adoperavano soltanto per le feste comandate. Schiera di Padri di Famiglia tutti di un pezzo, odoranti di profumi che utilizzano di rado, dai movimenti maldestri, ingolfati in giacche desuete e ancora impregnate di naftalina, tutti intenti a ingozzarsi di arancini, bruschette, olivette, mozzarelline, tartine, patate fritte e tanti di quegli stuzzichini da far fermentare un esercito di stomaci di ferro. Il tovagliolo era un optional che solo in pochi apprezzavano, visto che i più mangiavano con le mani, ingollando gli assaggini in un sol boccone, dirigendosi poi sulla tovaglia a strofinarsi i palmi per togliersi di dosso il grosso dell’unto. Per il resto, si strafogavano senza pietà, le labbra umide per il fritto, le guance rosse per il calore. Goccioline di sudore sulle fronti, che scendevano giù dai riporti imbarazzanti, dalle tempie trafelate, dalle teste nude e grottesche.
Molti ridevano, parlando tra un boccone e l’altro con il compagno di strafogata, alzando i calici con il vino rosso di discreta qualità. I brindisi si susseguivano freneticamente. Tra un sorso e l’altro, poi, i Padri di Famiglia si scambiavano i convenevoli, facendosi le solite domande di rito, fingendo un qualcheduno interessamento per le vite altrui. Ma non erano avvezzi alla vita mondana. E si vedeva. E mascheravano l’imbarazzo buttandosi sul cibo, affogando le buone maniere nel vino e nei fritti misti.

Considerazioni socioeconomiche. Marco ricevette un sms. Lo lesse. Sorrise. Considerazioni socioeconomiche. Attorno al tavolo, a fondo nel mucchio, erano tutti Padri di Famiglia del ceto medio-basso del paese. Tutti più che altro operai, o artigiani, al massimo piccoli commercianti. I più l’indomani si sarebbero dovuti alzare prestissimo, e a quell’ora erano stanchi e assonnati dopo una dura giornata di lavoro. Se non ci fosse stato l’Evento, sarebbero arrivati a casa, sprofondando un’oretta sul divano, poi doccia, poi cena preparata dalla meravigliosa adorata amata idolatrata Mogliettina Servizievole, poi avrebbero ammazzato la serata a fondo di qualche divano tutto ceduto davanti a qualche ottuso programma televisivo. Ma quella sera c’era l’Evento, e all’Evento non si poteva assolutamente mancare. Assolutamente non si poteva perdere l’occasione di mangiare a sbafo, e gratis, tutt’al più a spese della politica. Così mani grosse, callose, spaccate, sbucavano dalle maniche e afferravano gli assaggini con scatti da predone. E giù espressioni voraci, sorrisi larghi e sgraziati, lunghi brindisi e rozze tracannate. Ancora non si era sentito nemmeno un rutto. Che meraviglia.
I paesani più agiati, per una strana coincidenza, se ne stavano invece un po’ in disparte, seduti attorno ad un piccolo tavolino nero in un altro angolo della sala. Osservavano lo spettacolo, loro, con placida benevolenza paternalistica. Come turisti allo zoo, a voler essere cattivi. Qualche sopracciglio un po’ rialzato rispetto al normale, ma niente di più. L’espressione più frequente, nelle loro nobili facce, era quello del tenue divertimento, della gaiezza rilassata. Loro, Veri Signori oltre che Padri di Famiglia, si erano fatti portare dai camerieri i piattini ricolmi di tutti i tipi di antipasti del buffet. Usavano correttamente il tovagliolo, loro. E alcuni si erano fatti portare addirittura le posate. Erano in pochi, lì, attorno al tavolino nero, nemmeno una decina, seduti in varie pose, ma tutti estremamente a proprio agio, aggraziati, sicuri. Coincidenza, erano quasi tutti costruttori, imprenditori edili, trafficanti di cemento. Gran parte degli invitati erano dipendenti loro.

L’Onorevole Giovanni Anello fece il suo ingresso trionfale quando i camerieri stavano caricando i tavoli della seconda razione di antipasti. Robusto e atletico nel suo completo gessato blu scuro, entrò come circonfuso di luce, come accompagnato da una fanfara di bersaglieri. L’atmosfera cambiò, le mascelle cessarono di ruminare, le pappagorge di sbatacchiare, le panze di strabordare. La folla di invitati si dette un contegno, controllandosi i vestiti, sincerandosi che non ci fosse nulla fuori posto. I più abbienti rimasero seduti, godendosi la scena con un sorrisetto furbo e acuto. Un gruppetto di Padri Di Famiglia, che aveva bevuto più di quanto era opportuno, diede il via ad un applauso pacchiano. L’atmosfera si sciolse. L’applauso venne condiviso anche dai più sobri. Toni entusiasti, sorrisi esagerati, cori da stadio. L’Onorevole – così lo chiamavano tutti, anche se era soltanto un consigliere comunale che stava correndo per un posto in Parlamento Regionale – l’Onorevole lentamente, con studiata lentezza, sfilò in direzione dei costruttori per dar loro il primo saluto. Intanto offriva la testa da una parte e dall’altra, sorriso sfacciatamente televisivo, denti bianchissimi e accecanti, rasatura perfetta, intanto offriva la testa da una parte e dell’altra, sorridendo, cenni e occhiolini a destra e manca, abbracciando tutti, almeno con lo sguardo. Dopo la doverosa riverenza ai più abbienti, si inoltrò nel pieno della folla di poveracci. Strinse molte mani, ascoltò molte richieste, annuì molto e si lasciò scappare anche qualche promessa. “Dottò, dottò, c’è mio figlio che è disoccupato e vuole partire. È giovane ed è sempre stato bravo a scuola. Un posticino qui non si ci può trovare?”. “Onorevole, mi permetta, poi dobbiamo parlare di quella mia sorella che lavora alla Regione e che non la fanno andare in pensione”. “Dottò, dottò, c’ho il 50% di invalidità, pensione non me ne arriva, ma almeno un lavoretto in un supermercato non me lo può capitare?”. Attorno a lui si avvicendava un tremendo mosaico di facce rosse e contratte dalla digestione. L’Onorevole finse di ascoltare tutti e a tutti diede soddisfazioni. Di ognuno promise che si sarebbe ricordato certamente. Di molti si appuntò sull’agendina il numero di telefono, inforcando perfino gli occhialini da vista, quindi facendo sul serio. A qualcuno fissò addirittura un appuntamento per il giovedì successivo. “Se non mi trova in ufficio, può sempre parlare con Giuseppe, il mio segretario. Ma credo proprio di esserci, giovedì prossimo. Per lei ho una cosa che andrà in porto quasi di sicuro. Non stia in ansia. Vedrà che riuscirò a fare qualcosa di buono per lei”. Il tizio, camionista licenziato di recente, quasi gli stritolò la mano nella sua morsa.
L’Onorevole però, Grand’uomo oltre che Vero Signore e Padre di Famiglia, era perfettamente a suo agio. Meraviglia delle meraviglie, riusciva perfino a sorvolare con ammirevole disinvoltura sui modi grossolani, il contegno peloso, le espressione dilatate e gli aliti pesanti dei poveracci che lo guardavano e lo toccavano, come si guarda e si tocca la Santa delle Processioni, la Reliquia, l’aura del taumaturgo. La gente gli si affastellava attorno come prima si affastellava attorno ai tavoli del buffet, ma l’atteggiamento adesso era più affamato, più rozzo, più sguaiato. Eppure sorridevano tutti, i questuanti. I loro volti incartapecoriti dal sole, imbruttiti dalla fatica, sformati per l’invidia e il rancore sociale, cercavano ora di aprirsi in goffe espressioni cordiali, macinavano prove di finto entusiasmo, tentavano di mettere su espressioni che potessero in qualche modo risultare addirittura simpatiche. Ma lo stridore era palese. La scena oscena. Quel plotone di denti marci e giallastri, quelle carie male otturate, quei buchi rabberciati alla bell’e meglio, quegli incisivi storti o mancanti, tutto quel fetido obbrobrio orale strideva rumorosamente, insopportabilmente, disperatamente, contro il luccicante biancore dei denti dell’Onorevole.

Intanto si rifece vivo lo squallore fatto persona, il trentenne emaciato, alto e magro come un palo in disuso, patetiche stempiature, occhiali spessi e sporchi, acne rivoltante. Si rifece vivo, tutto in visibilio dopo avere baciato entrambe le guance, affondando estaticamente le labbra umide sulle guance profumate e perfettamente rasate dell’Onorevole. “Sei venuto qua solo per mangiare?” gli chiese, accostandosi con tono ammiccante. Gli occhi gli si erano fatti stretti come quelli di un topino. “E per cosa, sennò?” gli rispose, Marco, che tra l’altro era riuscito ad afferrare a malapena un paio di olivette. Lo snobismo del cazzo, da che mondo è mondo, lascia morti di fame. “Dai, non fare quello che non capisce. Sei venuto per parlare con Lui, non è vero?”. E partì il duello. “Sono stato invitato” ribattè allora Marco, con tono il più neutro possibile. “Invitato? – lui cominciò ad innervosirsi – Cioè, come si invitano i parenti o gli amici ad una festa di compleanno?”. “Qualcosa del genere”. “Ok, ma non ci devi parlare, con Lui?”. La sua voce si faceva progressivamente più stridula, si contorceva, si seccava, come un fiore che veniva crudelmente torturato da un raggio laser. Intanto Marco aveva assunto il suo sguardo più neutro possibile, il tono più vago e ipocrita, controllo siderale, la narice arricciata innaturalmente. “Scusa, non capisco, cosa dovrei dirgli, a Lui?”. Era sadismo puro, Marco lo conosceva da tempo. Era stato un ragazzo interessante, a volte perfino bello. Aveva avuto la testa piena di sogni, una volta. Studiava, leggeva, si informava, voleva viaggiare, aprirsi, conoscere il mondo. Aveva avuto negli occhi una luce speciale, una volta. Ma era invecchiato anzitempo, adesso era sfatto, svuotato, straziato dai suoi trent’anni, dalla sua disoccupazione e da chissàchealtro. “Cosa dovrei dirgli, a lui? – ripetè Marco, gelido – Io neanche volevo venirci qui, stasera. Ma vabbè, mi sono detto, mangio un po’ a scrocco e me ne vado subito. Ti pare, stasera ho altre cose da fare. Come me ne fotte a me di andare appresso a sti cazzo di politicanti”. Si zittì, lesse un sms appena arrivato. Sorrise. Il suo interlocutore era arrossito violentemente. Sembrava ancora più sfatto, svuotato, straziato dai suoi trent’anni, dalla sua disoccupazione e da chissàchealtro. Sembrava ancora di più Invecchiato Anzitempo. In lui la maturità, l’uscita dall’adolescenza, aveva assunto le forme di una rigidezza inquietante, un cadaverico rigor mortis, quasi che – irrimediabilmente non più teen-agers – avesse smesso inesorabilmente di vivere e palpitare. Trent’anni, e pareva una statua di cera, una mummia. Adesso, passato il rossore, sembrava mummia, statua di cera, perfino nel colorito. “Tu perché sei venuto? – continuò allora Marco – Solo per mangiare?”. Il duello non era ad armi pari. Marco lo sapeva, godendo della propria superiorità. “No…io..io” balbettò il poveretto, che adesso, come preso da un lampo di lucidità, o da una tenebra di offuscamento, non voleva ammettere con se stesso quanto si vergognasse a dire le cose come stavano. Non voleva ammettere con se stesso quanto si vergognasse, quanto gli riuscisse difficile raccontare che, cazzo, ormai erano mesi e mesi e mesi che ci lavorava alacremente, che si stempiava mattino e sera, che consumava suole di scarpe, batterie del cellulare, un sacco di tempo perso, un sacco di energie buttate a cercarsi quella cazzo di raccomandazione. Che bussare alle porte era ormai diventato il suo mantra quotidiano, che ormai era un esperto nell’assumere il tono giusto, la giusta servilità, la giusta affettazione di inferiorità umana, morale e sociale, che bisognano per ingraziarsi i politicanti e, tessendo tessendo centinaia di tele, cercare in qualche modo di far qualcosa, qualsiasi cosa per farsi iniziare alla strada del Sacro Posto Fisso che lui sapeva non esisteva più, che era un mito ormai passato, che sono speranze vane, ali spezzati ancor prima di volare, ma diamine, non ci poteva fare niente, passava le giornate a intrecciare contatti frustranti, a fare anticamere trasudanti bile verde, ad appuntarsi numeri di telefono, a chiedere chiedere chiedere, a ringraziare a ringraziare ringraziare, senza che nemmeno gli venisse più il voltastomaco. Gli riusciva difficilissimo, adesso, impossibile da digerire, riuscire ad ammettere con se stesso quanto si vergognasse a dire, a dire a quel testa di cazzo supponente di Marco Fantesca, che tutto quello, tutto quell’ambaradam in cui impiegava tutte le sue energie da mesi e mesi e mesi, che tutto quello era ormai l’unico modo che riusciva ad immaginare per riuscire a continuare a guardare in qualche modo in faccia sua madre.
Intanto Marco lo fissava imperturbabile, mentre quello taceva, intimamente curioso di capire come mai quel trentenne lì, che una volta faceva sì tanti discorsi idealistici, ma che comunque era anche lui ormai ben cresciuto e smaliziato, potesse avvampare di imbarazzo per una cosa così stupida. “Senti – sbottò infine – io mi sono laureato e poi ho provato nonsoquanti concorsi, sostenuto nonsoquanti colloqui, e niente. Ho fatto sempre lavori del cazzo, sono sempre stato pagato un cazzo. Sono affogato nel puzzo di una friggitoria, ho pulito lo schifo che la gente lascia negli alberghi, ho proposto mille minchiate inutili a gente che mi mandava regolarmente a fanculo. Ora guarda qui, sono tutto stempiato, presto sarò completamente calvo, e ancora tutti mi trattano come un ragazzino che deve far gavetta. Io non ce la faccio più”. Marco lo guardò, senza espressione. Controllò il cellulare, nessun nuovo messaggio. “Però – continuò – questa è la prima volta che lo faccio, perché ormai mi sento quasi come un disperato. Io mi sento una merda, Marco, ma non so cos’altro fare. Pensala come vuoi, pensa che sono un ingenuo, un bambino, uno sciocco sognatore, ma a me sta cosa del chiedere favori a quei cosiddetti pezzi grossi che non valgono niente, insomma, questo dover leccare il culo a questa gentaglia che ha rovinato un paese e continua imperterrita a comandare, a me sta cosa fa schifo”. Marco decise di affilare i coltelli di quel gioco crudele. Silenzio. “E quindi ora si – concluse dunque il tizio, ormai senza più difese – Ora si, mi cerco la raccomandazione. E fanculo a tutti i bei discorsi e gli ideali e le belle speranze. E non mi guardare così”. Marco sbuffò, gli mise una mano sulla spalla, fece la parte dell’annoiato. “Senti – disse – a me non me ne frega niente. Perché ti stai giustificando con me? Ma fai quello che vuoi! Io me ne stavo giusto andando”. Il tizio sembrò vacillare. Marco gli fece ciaociao con la mano, inoltrandosi verso l’uscita del locale. Controllò il cellulare. Lesse il nuovo messaggio. Sorrise. Se ne andò. Non aveva neanche salutato l’Onorevole mezzo cugino suo. Nessuno quella sera gli avrebbe fatto un discorsetto di quelli giusti.

L’avventura

L’avrebbe fatto stasera? Finalmente l’avrebbe fatto? Avrebbe fatto finalmente il salto nel vuoto, ci avrebbe provato con la Grande Strafiga Stupida Tettona che lo ammaliava con la superficialità dei suoi discorsi, l’esplosività del suo corpo? Marco uscì dal ristorante pensando che si, si, si cazzo, questa era la sera buona. La spinta gliel’aveva data il tizio di trent’anni che gli aveva indicato col dito, con un gesto insieme teatrale e magniloquento, onesto e magnifico, che gli aveva indicato col dito i vuoti delle sue stempiature e della sua vita. La spinta gliel’avevano dato i suoi Sogni Infranti. Una meraviglia.

Stefania. Una meraviglia. Dentro la sua Seat Arosa giallina, sua per modo di dire, dato lo zero totale delle sue entrate da qualche mese a questa parte, e l’intestazione in nome del padre, dentro la sua Seat Arosa giallina c’era ora Stefania, tutta provocante nel suo maglioncino rosso, nei suoi jeans stretti, nelle sue scarpe da tennis. Provocante, ammaliante, tremendamente attraente nella sua innocente sensualità. Carte di gelato svolazzanti, il bicchiere della bibita caduto per terra, i tappetini luridi di terriccio e minuscole cartacce, il cruscotto rattoppato con lo scotch, i vetri appannati. Lì, sull’umido dei fiati condensati, Marco aveva disegnato con le dita tremanti un tondo e tre segnetti all’interno. Una faccina triste. Una cosa così idiota che quasi ne provava vergogna. Ma lei aveva riso, e questa era ciò che contava. Gli aveva piantato in faccia i suoi due grandi occhi celesti e gli aveva chiesto perché mai quella faccina era triste. Il suo corpo, nella risata, sobbalzò tutto. Lui sentì distintamente il fiotto caldo di profumo che sprigionarono quei due suoi seni. Seni enormi, mamma mia, seni enormi in cui avrebbe voluto affondare, perdersi dentro, annientarsi. Sentì che se ne stavano là, gioiosi e placidi, maestosi e materni. Sentì le sue gambe poggiate sul cruscotto, piegate e aggraziate, che ogni tanto cambiavano posizione. Sentì tutto il corpo di lei, florido e nello sbocco della gioventù, che sembrava invitarlo ad una più calda conoscenza. Ecco, era il momento, aveva pensato. Piano piano le prendo le mani, le accarezzo il collo e la bacio. Non è mica così difficile, pensò. Devo solo non far caso a quest’agitazione che mi stringe lo stomaco. E non farmi scrupoli, e andare dritto al mio scopo. Oh, finalmente una bella avventura come Dio comanda. Niente di serio, niente di impegnativo, ma solo un corpo caldo dove affogare e dimenticare sta cazzo di vita. Lei è una Femmina Clamorosa, oltre che Grande Strafiga Stupida Tettona, questo devi pensare, una Femmina Clamorosa, sovrabbondante di sensi e sensualità. Giocatela così, diamine. Sui sensi. Accarezzala, crea quel legame mistico delle carni che leggi dovunque, che studi e analizzi estrapolandolo da tutti i tuoi film e romanzi erotici che divori famelico e patetico, accarezzala, sfiorala col dito su quel collo bollente, avvicina le labbra su quei capelli aromatici di splendore, respira quell’alito di chewing gum, falle sentire il tuo respiro, nettati la bocca con ettolitri di colluttorio, spazzolati i denti ben benino, non fumare quando sei con lei, non sudare quando sei con lei, sii pulito e profumato, sensuale, un fuoco che possa farla accendere, avvampare, sciogliersi come un ghiacciolo davanti ad una stufa, liquefarsi fino a farti abbracciare, carezzare, sussultare, abbandonare. L’estasi. L’estasi del sesso con lei, senza più parole, senza più nessun discorso, senza più scartavetrare le tue parole da ogni accenno di ironia, intelligenza, acume, tutto per risultare Dolce Simpatico e Affabile e farti dire Oh Marco che Tesoro che sei, che Fortuna è stata Averti Conosciuto, Oh Marco, Tu Non Sei Come Tutti Gli Altri, Oh Marco, tu si che Rispetti Le Donne, tu si che Sai Ascoltare, perchè Tu Non Sei Come Tutti Gli Altri, tu sei Sincero Buono e Caro, e vai Oltre L’Aspetto Fisico, sei Sensibile e Onesto, Un Ragazzo d’Oro. Un Vero Amico. Una Persona di cui Fidarsi. Una Grandissima Bellissima Persona. Dio Quanto Ti Voglio Bene. E quasiquasi ci cominciava a credere pure lui, Oh Marco, ci cominciava a credere pure lui a tutte quelle maiuscole, a tutte le abbreviazioni affettuose da sms e chat, e si diceva che no, Oh Marco, Oh Marco, Oh Marco, no. Non avrebbe fatto come tutti gli altri, no no no, Oh Marco Tu Sei diverso, non avrebbe fatto come tutti gli altri, non ci avrebbe provato in modo brusco e anticinematografico, non si sarebbe gettato su di lei infilandole le mani ovunque e rombando di suoni sordi e imbarazzanti come se stesse succhiando un lumacone, non l’avrebbe afferrata brutalmente come se fosse fatta di sola carne, non l’avrebbe stritolata nel suo abbraccio affamato, non le avrebbe offerto il suo alito puzzolente, le sue ascelle sudate, i suoi occhi da triglia, come facevano tutti. No, ci avrebbe provato con lei, e avrebbe avuto tanta raffinatezza, tanto candore, tanta attrattiva, che lei si sarebbe sciolta all’istante, non avrebbe avuto più volontà, sarebbe stata immediatamente tutta sua, un bombolone alla crema su cui affondare i denti, un bombolone fritto e unto e ripieno di crema che lo mordevi e la crema fuoriusciva da tutte le parti, e Marco avrebbe riso dopo essersi impiastricciato tutta la faccia con quella crema meravigliosa, e Marco avrebbe riso felice per sempre perchè quel bombolone era infinito e l’avrebbe potuto morsicare, addentare, divorare in eterno, senza che ci fosse il rischio che si consumasse. Si, ci avrebbe provato, e ci avrebbe provato stasera. Proprio stasera, mentre lei lo guardava con quei due suoi occhi bovini, paciosi, caldi e grandi e completamente senza scintille di nevrosi, una Mucca Sacra Indiana, tutto il contrario dei suoi occhi da tigre, eccitati, furiosi, tutti presi dai suoi strampalati Grandi Obiettivi. Occhi della Mucca contro Occhi Della Tigre. Eyes of the Cow versus Eyes of the Tiger. Che figata.

Insomma, me lo vuoi dire perché quella faccina triste?”. Non era un’aquila, lei, con la sua risata sciocca, il suo linguaggio da sms e i suoi schemi mentali. Faceva la commessa, acciuffava i clienti nella sua tela di piccole seduzioni e occhiatine piccanti, faceva girare la testa pure al proprietario che non riusciva mai a sgridarla per i suoi ritardi frequenti ed altezzosi. Era perfettamente cosciente delle sue doti, si mostrava sicura e padrona di se, ma dentro era ancora una bambina. Una bambina stupida cresciuta nell’ovatta della sua sicurezza di essere sempre e comunque Una Strafiga Tettona e che, quando questa sicurezza vacillava, allora erano crisi assurde, pianti disperati, crolli vertiginosi. Era una bambina, una bambina stupida, Marco la disprezzava ma non voleva ammetterlo. Perchè la sua Femminilità Clamorosa bastava a fargli incrostare i suoi giudizi di tonnellate di vernice allucinatoria. Il suo sesso lo pervadeva. “Dimmi dimmi dimmi” continuava a strepitare lei, e intanto lo stuzzicava con le mani. Gli dava colpetti sul braccio, gli si avvicinava senza apparente malizia, mostrando quel collo odoroso che spandeva il suo fluido ipnotico. Lui ribolliva, in preda ai fumi del suo profumo, ma tentennava. Poi si decise. Si decise come quella volta che si tuffò nel magico mondo dei rapporti tecnologici, accecato da quelle curve mirabolanti che aveva intravisto nella camera di sua cugina, rintronato da quel seno tondo e robusto fasciato da un minuscolo top rosso, da quei fianchi mozzafiato stretti dentro quel paio di jeans chiari e opportunamente stracciati. Una visione riflessa dal grande specchio femmineo, dentro quella stanza di donne, sotto quella luce intima e frivola, con quei profumi inebrianti e vezzosi di candele rosa e fucsia, una visione che gli si ficcò in testa e vi restò, come marchiata a fuoco. Una lotta mostruosa per avere quel numero di cellulare, con la cugina che in quell’occasione sfoderò tutte le sue armi di femmina sadica e lo fece penare non poco, e poi finalmente l’inizio della Grande Impresa. Con lui, giovane già bello amareggiato e disilluso, che si gettò anima e corpo in valanghe di messaggini, frasette di circostanza, discorsini idioti, faccine, pupini, emoticons e minchiatine assortite. Con lui che capì presto con chi aveva a che fare, sentì fin da subito l’abisso della sua superficialità, provò l’impossibilità di portare avanti con lei un qualunque discorso intelligente, ma che non distolse mai lo sguardo dalla Grande Impresa. Perché lei ci stava. Messaggiava con lui ore e ore come non avesse nient’altro da fare, poi si comprò il pc e scoprì la chat e lui cominciò a passare serate intere con il naso appiccicato allo schermo aspettando che lei si facesse viva. Gradino dopo gradino si inoltrò verso il suo cuore. Un lungo viaggio nel Tunnel Della Melassa. Idiozia dopo idiozia, banalità dopo banalità, i discorsi si fecero sempre più intimi e lei cominciò a lasciarsi andare sempre più. Nello schermo del pc, tra una faccina triste e una che piangeva, lei prese l’abitudine di vomitargli addosso tutte le sue esperienze passate e presenti, i suoi dolori, le sue illusioni infrante, le scosse e i sobbalzi della sua vita ordinaria da bellona ingenua di paese, con la paura del futuro e i maschi bastardi che non facevano altro che guardarle le tette. Che Vogliono Solo Una Cosa Da Me, e Nessuno Mi Ama per Quello Che Sono Dentro. Si sfogava, lei. Una volta le aveva pure confessato che stava piangendo, davanti allo schermo luminoso, mentre chattava con lui raccontandogli l’ultimissima delusione amorosa. E lui capiva, comprendeva, leggeva tutto con attenzione. Altrochè. A volte si lasciava perfino trasportare, si commuoveva addirittura, soffriva in cuor suo per quella povera anima in pena. Finì per bearsi intimamente e sinceramente della propria onestà, del proprio candore d’animo. Ma il momento era arrivato. Si era deciso. Il momento era arrivato. Il suo corpo e il suo spirito esigevano soddisfazione. Il momento era arrivato.

Vuoi sapere cosa significa la faccina triste?”. “Siiii” disse lei, e un odore di menta masticata si spandeva dentro l’abitacolo della Seat Arosa giallina. Marco le prese la mano, guardò gli occhi di lei, che non avevano fatto nemmeno una piega, la Mucca Sacra Indiana continuava a ruminare placida, sicura che nessuno le avrebbe ostruito il cammino, nessuno le avrebbe fatto del male, nessuno si sarebbe lamentato per le sue torte di merda lasciate in ogni angolo dell’India. “Cara la mia Stefania…” Marco sorrise, ma era un sorriso storto, uscito male, distolse lo sguardo, strinse ancora di più quella mano calda, tremò, sudò, quand’ecco che sentì qualcosa. Qualcuno. Qualcuno bussava da fuori, bussava sul vetro del finestrino della sua Seat Arosa giallina. Bussavano. Marco vide le nocche bianche che picchiettavano solerti, da fuori, lasciando buchi trasparenti sul vapore condensato. Un attimo. Stefania prese a girare la maniglia del finestrino. Abbassò il finestrino. Cose da pazzi. Era Ivano Camarda.

Il più giovane scemo del villaggio sulla piazza, figlio di una stirpe millenaria di scemi del villaggio, che si butta in politica. Ivano Camarda si affacciò dentro l’abitacolo col suo faccione largo color del latte. Per caso vi disturbo? Avete già qualcuno da votare? Volete che i giovani prendano in mano il futuro del nostro paese? Volete la partecipazione dei giovani alla cosa pubblica? Votatemi! Votatemi! Una X sul mio largo faccione color del latte, scrivete Ivano Camarda, lista Futuro Giovane! La mano di Stefania sgusciò come un’anguilla da quella di Marco, Ivano Camarda cominciò il suo comizio, provato, rodato e preparato alla perfezione. Affacciò la testa e cominciò a declamare , sorriso gigantesco e tono da banditore d’asta. Contesto a parte, ci sapeva fare. La sua testa entrava sempre più prepotentemente nell’abitacolo, piano piano piano, il faccione bianco color del latte arrossiva gradualmente, goccioline di saliva tempestarono i due poveracci. “Perché ora la politica non viene più vissuta, la politica si fa in tv, si fa con gli spot e gli slogan. La politica sta perdendo il territorio, sta perdendo la gente. Noi dobbiamo lottare per invertire questa tendenza, noi che siamo giovani e abbiamo un sacco di energie, dobbiamo riprenderci in mano il nostro futuro e ricominciare a fare politica sul serio, a impegnarci sul territorio, con passione e abnegazione”.

Aveva cominciato a predicare il verbo berlusconiano sugli autobus, ammirava Berlusconi come Uomo, Uomo Politico e Imprenditore. Portava allora una giacca nera, camicia bianchissima, cravatta tricolore con lo stemmino di Forza Italia. Auricolare in cui gridava sempre, parlando con chissàchi, telefono appuntato alla cintura, stilografica in bella vista sul taschino. Poi era passato ai socialisti, poi ai radicali, poi ai neofascisti, poi ai liberali moderati, poi ai moderati liberali, poi un giorno cominciò ad aggirarsi per il paese con una giacca slabbrata marrone chiaro, jeans scuciti, tennis sformati, camicia a quadrettoni. Si fece crescere la barba. Quando cominciava a far freddo, si copriva con un eskimo col pellicciotto pescato chissà dove. Era diventato comunista. Poi divenne cristiano sociale, e frequentava gli ambienti ecclesiastici intrecciando ardite conversazioni con le vecchiette sulle dote erotiche di Mussolini e Fanfani. Creò una lista, di cui era l’unico iscritto, nonché presidente, segretario e tesoriere, che si chiamava Nuova Democrazia Cristiana. Poi la cambiò in Nuovissima Democrazia Cristiana Sociale. Poi Alleanza cristiana di centro. Poi Unione Sociale di Centro. Camminava con la foto di Andreotti nel portafoglio. Gli venne pure la gobba. Poi cominciò a frequentare i centri sociali di Palermo, andava alle manifestazioni, imparò un sacco di slogan da urlare davanti alle tenute antisommossa, si rifece crescere la barba, cominciò a parlare di alcool, droga e figa, si iscrisse su facebook, e divenne Giovane, scoprì la Partecipazione e l’arruolamento di piazza, di strada, di bar, di portineria, di caldo abitacolo di Seat Arosa giallina. Era il terrore di tutti gli under 30 del paese e di mezza provincia.

Ivano Camarda! Rise, rise fino alle lacrime, scostandosi di botto dal pube di Chiara che dormiva caldo e tranquillo, allontanando la sua guancia da quella peluria morbida. Ivano Camarda! E si piegò in due dalle risate, fino alle lacrime, tra le lenzuola, tutto nudo nel pieno della fredda notte della Grande Città del Continente. Chiara sobbalzò e lo guardò con due occhi ancora gonfi di sonno. Sorriso largo. Tu-sei-pazzo. Sillabò piano. Tu sei pazzo. E ti amo.

Marco e lo specchio

Marco è nudo. Marco è bello. Bellobellobello mugolava stanotte Chiara nella penombra, bellobellobello sospiravano le sue carni bianche rilassate e splendenti dopo il coito che ancora rabbrividiva Marco, tutto preso, tutto avvolto stanotte dai bagliori del biancore di quel corpo splendente splendente splendente, nella penombra della sua stanza.
Bello, sussurra piano Marco, da solo davanti allo specchio. Nudo e bello come mai si era visto prima. Bello. Respira forte, apre il beauty case, prende schiuma da barba, lamette, balsamo, detergente e si fa la barba tutto nudo e tutto maschio e non si è mai sentito tanto bello e splendente splendente splendente come oggi. La finestra aperta, il sole che irradia il piccolo bagno del monolocale della zona periferica della Grande Città del Continente, precario alloggio nella precaria metropoli del precario terzo millennio. Accanto la sua camera da letto, affannata del trambusto del suo disordine, che puzza di piedi, polvere vagante in controluce, zanzare tigre che dormicchiano negli angoli, panni sporchi, letto sfatto, lenzuola ancora fradice di amore.
Si fa la barba, Marco. Tutto nudo e tutto maschio. Avvolto dall’odore, dopo una notte del genere, e togliersi di dosso quell’odore, farsi la doccia, ogni volta, dopo una notte del genere, ogni volta, è una scarnificazione, un peccato orribile, un crimine contro l’umanità.

Trema di libertà, Marco, nella Grande Città del Continente, tutto nudo e tutto maschio e tutto solo. Lavoro precario, e misero, appena bastante a pagarsi tutte le proprie miserie. Casa lontana, casa in Sicilia, famiglia in Sicilia, amici in Sicilia, passato in Sicilia. Casa in Sicilia? Sorride, Marco, mentre azzarda un sanguinolento contropelo. Casa in Sicilia? Casa? Cos’è? Cos’è Casa? Contropelo dannato. Pezzettini di carta igienica. Rosso vivo su bianco innocente, candido. Sorride.

Trema di libertà, Marco. Giovane precario terzomillenista, giovane a vita, pensa spesso, sempre giovane, giovane in eterno, anche quando i denti cominceranno a cadere, i capelli ad infiacchirsi, diradarsi, incanutirsi, la pelle a raggrinzirsi, e le giunture cascheranno, e la pelle diventerà un Gran Canyon di rughe e solchi e insenature, e Marco si contorcerà tanto da diventare un vegliardo rattrappito, un minuscolo gran vecchione, ma sarà ancora giovane, grottescamente giovane, e sarà ancora tutto da fare. Una barzelletta di pessimo gusto, che finisci di raccontarla e nessuno ride. Ci sarà bisogno ancora di inventarsi il mondo, allora, correre correre correre per azzannare l’ennesima chimera, sempre a spasso nel deserto, abbracciando ogni tentazione, senza una meta.
Sorride, Marco. Quando gli capita di pensare al futuro, contravvenendo alla regola tacita della propria generazione, quando ancora viene colto da questo istinto primordiale, violentemente messo in cattività come una bestia schiumante evasione, allora sono fantasmagorie, quadri di Mirò, surrealismo, astrazioni. Il suo corpo, la sua anima, tutta la sua persona ballonzola lenta nel vuoto cosmico, come l’astronauta disperso in Odissea nello spazio. Tutt’intorno, un silenzio assorto da paesaggio di De Chirico.

Doccia. Il grosso dell’odore strappato via dalle sue carni. Il delitto è stato consumato. Sorride, Marco. È ora di andare al lavoro. Sudare e impastarsi di ben altri odori. Sadico assassino. Serial killer. Mostro sbattuto in prima pagina.

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