L’Italia come Weimar: 5stelle e Lega prendono più della metà dei voti. Crolla un sistema

La rassegna stampa internazionale sul Foglio

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Centro e periferia

L’economia della conoscenza sta uccidendo la nostra provinciaL’aumento delle diseguaglianze è anche territoriale. E mentre le città diventano più ricche, intorno è il declino. Un impoverimento che dilaga a macchia di leopard, dal nord a Mezzogiorno. (Gloria Riva su L’espresso)

(Città sempre più ricche e province sempre più povere, e – in generale – una polarizzazione sempre più marcata tra centro e periferia.
E non è solo un fenomeno italiano, ma globale, anzi, è conseguenza diretta di questo tipo di globalizzazione, che prende, strizza, frulla, disarticola e riarticola il mondo secondo una logica feroce di centro e periferia.
Così ci stiamo addentrando in un mondo in cui esistono da un lato Centri vorticosi, mastodontici, dinamicissimi e tendenzialmente inumani – capitalismo al massimo della sua violenza, dove l’uomo arranca davanti a tanta spietata velocità – e dall’altro Periferie degradate, disagiate, abbandonate, intorpidite e instupidite, invidiose e rancorose.
Il senso di periferia che avvelena gli animi (ad esempio) dei paesi poveri verso i paesi ricchi diventerà sempre più comune anche all’interno dei “paesi ricchi”.
Perché ci sarà – in realtà c’è già – il senso di periferia dei poveri rispetto ai ricchi, all’interno dei paesi ricchi. Ma anche il senso di periferia dei meno ricchi verso i più ricchi, dei più ricchi verso i ricchissimi, dei ricchissimi verso i ricchissimissimi, e così via – come capitalismo insegna – all’infinito. Senza limite)

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Complessità del reale, senso di irrealtà, impotenza ermaneutica. Ecco perché tornano di moda fantasy e fantascienza, ovvero la nuova letteratura realistica in un’epoca che crede di nuovo ai draghi

Francesco D’Isa su Rakuten Kobo

[…] C’è però un elemento che potrebbe convenire a entrambi i generi (fantasy e fantascienza ndr): l’irriducibile stranezza della realtà, che, all’indagine di discipline molto eterogenee tra loro, risulta di una complessità crescente, in rapido allontanamento dalle convinzioni del senso comune. Insomma, più la realtà è incredibile, più il fantastico coincide col realismo.
Non parlo solo delle bizzarrie della fisica, né tantomeno delle nuove tendenze in filosofia, che di stramberie ne ospita sin dalla nascita, ma soprattutto di quei fenomeni la cui portata è troppo vasta per essere abbracciata nella sua totalità. Un filosofo inglese contemporaneo, Timothy Morton, li chiama iperoggetti. Semplificando il concetto (e ripulendolo da qualche goffaggine metafisica) si tratta di fatti troppo complessi e in cui siamo troppo addentro per capirci qualcosa. Un esempio tipico è il riscaldamento globale: un fenomeno di importanza vitale, di difficilissima gestione e la cui portata è impossibile da assorbire nella vita quotidiana.

È stato notato che Annientamento, il libro di Jeff Vandermeer […] restituisce bene, – e aggiungo, in modo realistico – questo aspetto destabilizzante della scienza. La misteriosa Area X in cui si aggira la protagonista, con la sua ecologia invadente e aliena, disposta a dare delle risposte a patto di portare alla luce misteri ancor più vertiginosi, è, in effetti, un inquietante iperoggetto. Nelle parole dell’autore: «Il suo effetto non può essere compreso se non ci si trova lì. Neanche la sua bellezza può essere capita; quando vedi la bellezza nella desolazione qualcosa dentro di te cambia. La desolazione tenta di colonizzarti». E ancora: «È così che la follia del mondo tenta di colonizzarti: dall’esterno verso l’interno, obbligandoti a vivere nella sua realtà».

La fragilità del confine tra fantastico e realismo è oggetto anche degli ultimi due romanzi di Vanni Santoni. Nell’ultimo, L’Impero del sogno (Mondadori) […] e ne La stanza profonda (Laterza). […]
Uno sconfinamento che pur restando (quasi sempre) all’interno del realismo tratta la materia del fantastico, è Cometa di Gregorio Magini (Neo). […]

La crescente osmosi tra fantastico e realismo in romanzi come Cometa (all’estero potremmo citare l’opera di Cormac McCarthy e Mircea Cărtărescu) è forse lo specchio dello sgretolarsi di una visione monolitica della realtà. È una reazione all’impasse del materialismo, che, attraverso la sua pur efficace indagine del mondo si rende man mano consapevole dei propri limiti, punti ciechi e ambiguità morali. In un certo senso si può parlare di un ritorno alla mitologia, al momento in cui “ai draghi si crede davvero” – non tanto in virtù della loro esistenza concreta, ma perché ci sono cose che si capiscono, accolgono e spiegano con maggiore efficacia attraverso il linguaggio fantastico.
Francesco Orlando, nel Soprannaturale letterario, scrive che “la letteratura apre uno spazio immaginario fondato sulla sospensione o neutralizzazione della differenza tra vero e falso, uno spazio in cui vige il diritto di rispondere al piacere dell’immaginario. L’apertura stessa di un tale spazio costituisce una formazione di compromesso tra le istanze opposte del reale e dell’irreale”. Ed è forse proprio il bisogno di questo compromesso tra reale e irreale a segnare la rinascita e l’innovazione del genere fantastico.

ALTRO

Sulla complessità e la Tgs vedi qui e qui.

Sulla difficoltà di capire la realtà e l’impotenza secondo DF Wallace vedi qui.

Su Philip K. Dick e l’irrealtà vedi qui.

Sul reale e il virtuale in Baudrillard vedi qui.

Sul complottismo vedi qui.

 

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Sui poveri che sono spariti dalle serie tv, sulla ineluttabilità delle diseguaglianze capitalistiche, sulla rimozione collettiva del tema della sopravvivenza e sulla nostra paura ad affrontare la realtà

Fabrizio Sinisi su DoppioZero

[…] Dai protagonisti di Black Mirror ai reali di The Crown, dai politici salottieri di House of Cards agli abbienti spacciatori di Narcos, dai ragazzetti beneducati di Stranger Things ai luccicanti malviventi di Gomorra, in tutte quelle serie tv di cui ci nutriamo (“come una droga”, amiamo ripetere) e che lentamente e inesorabilmente vanno a costruire il più solido degli immaginari condivisi, i poveri, letteralmente, non esistono. Al di fuori dell’epopea picaresca, dell’antico canone aristotelico che lega indissolubilmente la plebe al genere comico – vedasi Shameless – quando insomma le vicende si fanno serie, quando la temperatura sale, cresce proporzionalmente anche il reddito medio.

La lotta per la sussistenza, scenario tanto drammatico quanto quotidiano per gran parte della popolazione occidentale, si eclissa. La classe più bassa che riusciamo a intravedere in questa narrazione, protendendoci nello sforzo, è una piccola borghesia di madri single o di famiglie ipertrofiche in cui – correlativo oggettivo o sfregio dinastico del ghènos – si annida un qualche strutturale disagio o, reciprocamente, lo slancio salvifico di uno scatto verticale, un rassicurante riscatto una tantum, che riposiziona il reietto nel mondo reale, quello in cui la sopravvivenza non è più un problema e, finalmente, si agisce davvero. Ma sono casi rari. Essendo appunto la sopravvivenza non più elevata al rango dell’azione drammatica, ma – al massimo – a suo retroterra, sua edificante e retorica vergogna. 

È ormai collaudata abitudine culturale paragonare le serie tv al romanzo ottocentesco. I punti in comune certo non mancano: la scansione a puntate, la grande narrazione corale, la vasta popolarità, l’affezione ai personaggi – coi suoi picchi e le sue cadute, simile a una borsa valori affettiva. Le accomuna soprattutto la tensione verso un racconto dell’uomo più realistico e profondo di quello offerto dal rozzo regesto giornalistico dei dati economico-sociali. Se il parallelo regge – e crediamo infatti che regga –  andrà però rilevata anche una sostanziale differenza: il romanzo ottocentesco, che tra le varie funzioni di rappresentanza si faceva carico, a pieno titolo, anche di quella di denuncia sociale, trovava nella figura del povero, e nella sua lotta per la sussistenza materiale, uno dei suoi baricentri fondamentali. Si può dire serenamente che il disagio economico fosse, nel romanzo ottocentesco, il principale motore dell’azione.

Da Defoe a Dickens, da Balzac e Hugo a Zola, da Dostoevskij a Gorki’j, da Manzoni a Verga, il disagiato economico domina la scena e la sua vicenda si fa carico di tutte le funzioni narrative: il darwiniano struggle for life diventa la chiave di lettura irrevocabile della rappresentazione ottocentesca dell’uomo occidentale. Una chiave che sembra però appunto essere quasi totalmente scomparsa dall’orizzonte narrativo contemporaneo. Come mai? Certo non si può dire che il disagio economico sia scomparso dal quadro sociale – né da quello percettivo, giacché la narrazione giornalistica continua a strillare numeri, a propagare l’allarme, a misurare il baratro della crisi, ostentando anzi la difficoltà come si esibisce una frattura esposta. Dunque qual è il punto? La tanto elogiata serialità televisiva, pur divertendoci molto, sta di fatto abdicando qualsiasi funzione di realismo, rimettendosi – pure a un altissimo livello di qualità – ad un ruolo di puro intrattenimento? Oppure questa omissione, così macroscopica da non venir mai denunciata, significa altro?

Il mezzo non è mai innocente, e spesso in un discorso chi parla rivela se stesso più in quello che tace che in quello che effettivamente pronuncia. Chi scriveva il romanzo ottocentesco era la nuova borghesia europea, rampante e in ascesa, desiderosa di prendere i comandi del mondo modificandone radicalmente la struttura. Non dava per scontato il progresso, e – soprattutto – non dava per scontati i soldi: ne contemplava l’importanza senza vergogna né pudore, priva di quella perenne tentazione di volgarità che oggi attanaglia e mistifica qualsiasi discorso serio sul denaro. Il borghese dell’Ottocento elaborò una cultura letteraria capace sia di testimoniare un reddito che di verificarne l’insufficienza metafisica: e il romanzo fu la forma che descrisse sia quell’aspirazione che quell’inquietudine. Il Povero che abita i romanzi di Dickens era eroe in quanto paradigma di un desiderio tutto moderno: rovesciare la propria sfortunata condizione di nascita per mezzo della propria peripezia individuale. Il presupposto implicito era tanto grandioso quanto semplice: quegli uomini credevano, percepivano, sentivano la struttura delle cose come qualcosa di elastico e vulnerabile. Forse non l’intera società, ma un destino individuale, quello sì, poteva e anzi doveva essere cambiato.

Evidentemente non così oggi. Non certo perché la povertà sia scomparsa, ma proprio perché è così incombente e nevroticamente temuta: il disagio economico sembra diventato non il luogo di una lotta ma di un angoscioso tabù. Le serie tv, che rappresentano un mondo così diverso da lasciarcelo sognare come nostro, non rispecchiano più il nostro desiderio ma la nostra ansia, e invece di registrare la realtà proiettano una paurosa rimozione: nessuno in questi mondi alternativi soffre di problemi economici, e la crisi è sempre altrove. Un altrove collocabile ovunque: nella lotta politica, nelle faide tra regnanti, in un mondo distopico o fantastico, in un vero western o in uno ricostruito coi robot, nell’alta finanza o nei magnifici anni Novanta, insomma ovunque tranne che dentro il dramma del meccanismo sociale. L’assenza della classe disagiata dagli schermi della sua stessa rappresentazione avrà pure il pregio di nobilitare il pensiero, distogliendolo da una visione antropologica materialistica e troppo centrata sulla posizione sociale, ma senza dubbio testimonia anche una sconfitta: la struttura economico-politica del mondo è tornata ad essere percepita come immutabile e definitiva.

La collocazione all’interno di una classe ribassata pare oggi testimoniare solo l’ineluttabilità del proprio stato divenuto cronico. Guardiamo Game of thrones Big Bang Theory come forse nel Medioevo i braccianti contemplavano estasiati le vicende dei santi sui muri delle chiese, protetti da allegorie troppo spesse per turbare il presente. La serialità televisiva che tanto amiamo, pur nella sua metafisica e disperante irrealtà, esprime forse questo scopo e questa grande urgenza generale: una realtà, una qualsiasi realtà dove le nostre angosce non siano così contaminate dalla preoccupazione della sopravvivenza, dove i nostri turbamenti possano concedersi il lusso dell’altezza filosofica, dove il lapidario motto brechtiano – «food first, then morality» – non abbia più valore: una realtà insomma dove i soldi smettano di essere un problema.

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“I giornalisti riempili di soldi e non ti romperanno i coglioni”

Su MeridioNews

Possono essere amici, quasi sodali, certe volte anche grazie al denaro come merce di lusingaAltrimenti, per dirla proprio con le sue parole, «rompono i coglioni». Antonio Calogero Montante, per tutti Antonello, non aveva dubbi su come bisognasse comportarsi con la stampa. Riempire i giornalisti di soldi. O aspettarsi che rompessero i coglioni. E lui lo sapeva bene chi erano gli amici e chi invece i giornalisti che rompevano i coglioni. Talmente bene da aver fatto attività di dossieraggio persino su di loro. Perché «un governo – diceva in una conversazione con l’ex vicepresidente della Regione, Mariella Lo Bello – si mantiene con la comunicazione». Motivo per cui considerava Rosario Crocetta«un coglione di dimensioni cosmiche», per aver licenziato i 22 giornalisti dell’ufficio stampa della Regione. La soluzione con la stampa, per Montante, è un’altra: «Come fanno gli americani – dice ancora a Lo Bello – Vacci, dunici du miliuni e quattrocento mila euru all’anno e non rompono i coglioni… capisti? Di pubblicità no di attività». […]

Su IlSicilia

“Montante negli anni addietro, dietro il paravento dell’antimafia di facciata, ha insediato e cooptato una classe dirigente di potenti composta una sfilza di imprenditori, politici, professionisti, amministratori pubblici dal fare opaco, presentati e accreditati come paladini della legalità, che da svariati anni condizionano il potere politico, burocratico ed economico della Sicilia”.
Sono le parole dell’imprenditore Marco Venturi pronunciate davanti alla Commissione parlamentare antimafia nell’audizione del 13 dicembre 2016.
“Un nuovo sistema, coperto dalla maschera dell’antimafia di facciata – aveva detto Venturi – macchiato da inquietanti collusioni in cui si celano cinismi, legami e affari condotto da una classe dirigente incurante del danno irreparabile recato alla Sicilia e dall’inaccettabile offesa procurata all’impegno vero, coraggioso e genuino dell’antimafia sociale nato dopo le stragi”. 

ALTRO

http://livesicilia.it/2018/05/15/orlando-montante-archivio_960468/

http://www.lasicilia.it/news/cronaca/13058/nicolo-marino-ecco-le-istituzioni-che-hanno-coperto-il-sistema-montante.html#.Wv3KW6pMnPC.facebook

http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/235-politica/70334-il-silenzio-imbarazzato-dei-palazzi.html

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I ragazzi italiani e la violenza sessuale

Sorrento, una turista inglese drogata e stuprata in un hotel (Repubblica)

La violenza sessuale di gruppo risale all’ottobre del 2016 quando, durante l’ultima sera di permanenza della donna in un noto hotel della Penisola sorrentina, due dei cinque, barman in servizio nel locale, offrirono a lei e a sua figlia un drink con la cosiddetta ‘droga dello stupro’. La turista di 50 anni venne condotta nell’adiacente locale piscina dove i due abusarono di lei.
Consumata la prima violenza, la donna venne portata nella stanza dove alloggiava il personale dove “ad attenderla vi era un numero imprecisato di uomini, almeno una decina, che a turno usarono violenza su di lei”. La donna venne anche fotografata e ripresa dal branco con i telefonini.
È stato possibile pervenire all’identificazione solo di alcuni dei componenti del gruppo, tutti dipendenti dell’hotel, attraverso l’esame di telefoni e tablet sequestrati al personale maschile in servizio presso la struttura, da cui è emersa una chat chiamata «Cattive abitudini». Nella chat  commenti sull’accaduto e foto della donna durante la violenza.
Il rilevamento della presenza del Dna degli indagati sul corpo della vittima, la foto dei due barman scattata dalla cittadina britannica con il proprio telefonino, la presenza di un tatuaggio a forma di corona sul collo di uno degli autori dello stupro, così come descritto dalla vittima, oltre alla chat hanno permesso agli
investigatori di chiudere il cerchio delle indagini.

Un selfie degli stupratori: “Buoni a niente ma capaci di tutto” (Il mattino). «Siamo buoni a niente ma capaci di tutto»: la eloquente frase a corollario di una foto pubblicata su Facebook, è opera di Raffaele Regio, uno dei cinque ragazzi arrestati a Sorrento per la brutta storia della turista inglese di 50 anni violentata in branco nell’ottobre di due anni fa.

ALTRO

https://www.tpi.it/2018/05/19/stupro-sorrento-chat/

Dal blog di Maura Manca su L’espresso

La violenza sessuale sta diventando un comportamento sempre più normale tra adolescenti. […] Il problema è che si fidano con estrema facilità dell’altro. La comunicazione social è immediata e i tempi sono completamente cambiati, anche quelli di valutazione e noi adulti tendiamo a non tenere sufficientemente conto di questi cambiamenti.
Sono figli dell’iperprotezione, di genitori che sono sempre davanti a loro nel tentativo di aiutarli in tutto e per tutto. Sono figli di quella generazione dove sta svanendo l’arrangiati da solo, dove i genitori sono sempre pronti in prima linea a proteggerli. A scuola non si può parlare di sesso se sono troppo piccoli, non si può parlare di autolesionismo, suicidio e di volenza perché si rischia di traumatizzare i piccoli principini, ed ecco i risultati. Non sono educati al rischio e al pericolo e si cacciano costantemente in condizioni di rischio e pericolo all’insaputa loro e dei genitori.
Non ci dimentichiamo poi che vivono tendenzialmente le relazioni mediate dalla tecnologia dove tutto è protetto dallo schermo. Questo comportamento NON aiuta affatto a crescere dal punto di vista della comunicazione e della relazione umana.
Sono bravi dietro uno schermo ma decisamente impreparati dal punto di vista umano.
Le condizioni più a rischio sono le feste, i viaggi di istruzione, le vacanze perché si tende ad andare oltre, a sentirsi meno controllati e più liberi, quindi più disinibiti perché non si ha il controllo diretto del genitore. Ci si spinge con più facilità in condizioni di rischio, come purtroppo testimoniano gli innumerevoli casi di cronaca e non solo. Nelle menti distorte dei ragazzi quando ti vedono in versione turista scattano dei meccanismi patologici, è come se si sentissero più legittmati. Sei sola e quindi più facilmente predabile.
Violentano e non si rendono conto che è violenza sessuale.
L’aspetto preoccupante è che oggi non parliamo di ragazzi particolarmente deviati con dei profili di rischio piuttosto evidenti. Non parliamo di antisociali o di psicopatici che per struttura di personalità usano e muovono l’altro come una pedina in una scacchiera approfittandosi lucidamente delle situazioni, delle debolezze e dell’ingenuità di queste ragazze. Parliamo di normo-adolescenti con un senso morale discutibile, di tutti quei ragazzi che agiscono in modo violento in maniera superficiale, che applicano dei modelli anche in parte culturalmente appresi, che giustificano la propria condotta attraverso i comportamenti della vittima.
Nella loro testa non sono comportamenti violenti, sono giustificati e quasi “normali”. Sono agiti quasi con l’inconsapevolezza di mettere in atto un comportamento violento che va a ledere profondamente corpo e mente dell’altro.
Un altro aspetto gravissimo è che non riescono a percepire la differenza tra: conoscere una ragazza, approcciare dal punto di vista sessuale e violentarla.

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Lo spirito del tempo di Edgar Morin

Tito Vagni su DoppioZero

Torna finalmente in libreria Lo spirito del tempo di Edgar Morin, un classico della sociologia dei media che mancava in Italia dal 2005. […]  Lo spirito del tempo studiato da Morin è “l’etica del loisir”, una delle intuizioni più felici dello studioso francese – rielaborata e attualizzata oggi, nel modo più diretto, dagli studi di Michel Maffesoli sulle tribù metropolitane e sull’estetica dionisiaca del postmoderno. Etica del loisir è l’imporsi di nuovi meccanismi di funzionamento nella società, che non prevedono la produzione come centro gravitazionale dell’esperienza: il lavoro non è più sufficiente a tratteggiare l’identità di una persona, acquisisce invece rilevanza il consumo che, con i suoi momenti ludici e ricreativi, diviene l’atmosfera culturale e il tratto essenziale della società occidentale del dopoguerra. Ma l’aspetto probabilmente più innovativo dell’analisi moriniana è il modo in cui descrive i meccanismi della cultura di massa: il passaggio dall’etica della produzione a quella del loisir è stato favorito dal proliferare dei media dell’immagine, che hanno disseminato nella dimensione ordinaria tutto ciò che prima aveva un valore festivo e stra-ordinario, individuando quindi uno strettissimo legame tra la diffusione delle comunicazioni mediali e le nuove forme del consumo. Usare il concetto di “spirito del tempo” significa affrontare il fenomeno della cultura di massa proponendo un’analisi in cui media e mondo sembrano coincidere: il rapporto tra il cinema – il suo immaginario e i suoi apparati di produzione – e la vita quotidiana si sviluppa lungo una frontiera porosa, in cui è sempre più complicato separare i due fronti, che hanno invece sviluppato una reciproca compenetrazione, definita da Eugeni come “una sfocatura diffusa dei confini tra il reale e l’immaginario” (p. 14). In questo senso Morin sembra cogliere in modo originale e tempestivo la portata di un cambiamento tecnologico, presentato allo stesso tempo come mutamento culturale e antropologico.

Una concezione profondamente mediologica, almeno nelle sue conseguenze teoriche, che è possibile leggere nitidamente in una delle più belle pagine del libro, in cui Morin, riferendosi alla cultura di massa, scrive: “è coinvolta nella storia in movimento, il suo ritmo è quello dell’attualità, il suo modo di partecipare è ludico-estetico, il suo modo di consumare è profano e il suo rapporto con il mondo è realistico” (p. 220). In queste parole, sembra venire meno un altrove, un autonomo spazio dell’immaginario, perché il loisir “non è soltanto la cornice dei valori privati, è anche un compimento in sé” (p.108). Lo spazio immaginario non si proietta più nel cielo, non si colloca più in una dimensione accessibile solamente attraverso la fruizione spettacolare, ma si è radicato nella vita terrena, pur non coincidendo completamente con essa, ma stabilendo un rapporto dialogico tra “qui e altrove” (p. 233). Esempio lampante di questo processo sono i divi, le star, che sono discese dal cielo alla terra, confondendosi progressivamente con l’uomo ordinario, senza scendere però l’ultimo gradino, in modo da preservare la propria, sbiadita, aureola mitica. […]

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